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October 19, 2011
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Quando ancora comandava la sua guarnigione, Maria aveva sempre maledetto le comunicazioni lente e difficoltose tra le città e i distaccamenti lontani tra loro. Le notizie arrivavano con ritardi – in genere misurabili tra qualche settimana e diversi mesi – che raramente permettevano di prendere provvedimenti in tempo. Quando arrivavano. In effetti, bastava che il corriere incorresse in qualche imprevisto, come un assalto da parte dei banditi o una caduta da cavallo, perché i destinatari del suo messaggio restassero all’oscuro delle condizioni dei loro compagni. Il problema era così serio che Maria aveva imposto alle staffette di viaggiare sempre in coppia, cosicché se uno dei due fosse morto o fosse rimasto ferito, l’altro avrebbe potuto continuare la sua corsa.

Quella fu la prima volta in cui Maria fu contenta della difficoltà e dell’irregolarità delle comunicazioni tra le diverse parti dell’esercito Crociato.

Approdò ad Acri una decina di giorni dopo la sua partenza da Cipro, ed una volta scesa dalla nave assunse subito un comportamento estremamente cauto. Sapeva benissimo che su questo punto Altaïr poteva avere perfettamente ragione: se i Crociati erano già venuti a conoscenza delle vicende che l’avevano vista coinvolta a Limassol e a Kyrenia, non avrebbero esitato a catturarla e a sbatterla davanti alla corte marziale o magari direttamente sul patibolo. Maria dubitava che avrebbe potuto scampare al cappio una seconda volta. Decise quindi di rimase anonima per qualche tempo, per avere modo di fare qualche discreta domanda alle persone giuste. Venne così a sapere che i Crociati si erano stanziati nel castello lasciato libero dai Templari, e che si trovavano pressoché all’oscuro di ciò che era successo a Cipro. Tutto ciò che possedevano era qualche generica ed a tratti errata notizia di scontri tra i Templari, nuovi padroni dell’isola, ed i “sostenitori di Isacco Comneno” (Maria interpretò questi ultimi come i membri della Resistenza); tutto sommato avevano archiviato la faccenda come semplice assestamento nel passaggio tra il potentato vecchio e quello nuovo. Non sapevano nulla né del coinvolgimento degli Hashshashin, né tantomeno del suo.

Con le ferite finalmente in via di guarigione, Maria poté quindi farsi coraggio e tornare a chiedere udienza al nuovo signore del castello di Acri: Corrado del Monferrato. Maria ricordava perfettamente suo padre Guglielmo, uno dei maggiori sostenitori della causa dei Templari e Templare egli stesso, sebbene non ufficialmente. Suo figlio aveva la stessa corporatura robusta, gli stessi lineamenti duri e un simile modo brusco di imporsi sugli altri; ma non aveva conservato nemmeno una briciola del carisma e dell’intelligenza del genitore e Maria poteva ben capire perché né Robert né Bouchart avessero deciso di offrire al figlio la posizione e le responsabilità del padre. Dove Guglielmo era stato energico, Corrado era scostante; dove Guglielmo aveva agito con polso di ferro, sottomettendo l’intera Acri al suo volere, Corrado non faceva altro che tentare di incutere timore gridando e gesticolando. La prima volta che Maria gli chiese di riceverla, Corrado le mandò a dire che, se voleva aiutare l’esercito Crociato, poteva risollevarne il morale aprendo le gambe negli alloggi militari al piano terra del castello. Maria si impose di mantenere la calma e di non rilanciare le provocazioni, anche perché dopotutto dentro di sé si sentiva in obbligo nei suoi confronti: meglio non pensare a come avrebbe potuto reagire se avesse scoperto che Maria si era legata proprio all’Assassino che aveva ucciso suo padre, Guglielmo del Monferrato.

La donna lasciò quindi trascorrere un paio di giorni e poi si presentò di nuovo alla sua porta. Quel giorno Corrado doveva essere particolarmente di buonumore (oppure aveva voglia di farsi due risate) perché non solo la ricevette e ascoltò la sua richiesta di rientrare nell’esercito Crociato, ma le organizzò perfino una specie di esame. Se desiderava tanto servire di nuovo la causa, doveva dimostrare di esserne in grado battendo a duello dieci dei suoi soldati. Contemporaneamente.

«Non dubito che sarà meno che uno scherzo, per il luogotenente di Robert de Sable», sghignazzò Corrado. Ma ebbe ben poco da sghignazzare quando Maria non solo superò brillantemente la prova, ma anche a tempo record.

Per una questione di onore Corrado dovette mantenere la promessa e integrarla nelle sue fila. Se Maria fosse stata un uomo, dopo una simile dimostrazione probabilmente sarebbe entrata scalando subito diversi gradi; ma era una donna, e restò quindi ad un livello poco più alto di quello di un soldato semplice. Questo rappresentava per Maria un’ulteriore frustrazione, aggravata dal fatto che nessuno dei suoi commilitoni sembrava intenzionato ad intrattenere il benché minimo rapporto con lei; d’altra parte però la donna non conosceva altra vita all’infuori di questa e non era capace di fare niente altro che combattere. Per molti mesi rimise quindi la sua spada al servizio dei Crociati. Quando il suo drappello non era al fronte o impegnato a mantenere l’ordine in città, Maria passava tutto il tempo ad allenarsi nel cortile del castello, da sola o insieme agli altri. I pochi giorni liberi concessi ai soldati, quando questi ultimi tornavano a casa dalle proprie mogli e dai propri figli, lei li trascorreva ad addestrarsi contro i manichini – anche perché non aveva alcuna casa a cui fare ritorno. Cercava di non concedersi nemmeno un minuto di requie, perché sapeva che non appena l’avesse fatto certi pensieri e certi ricordi sarebbero tornati ad aggredirla con violenza. Eppure, nonostante si esercitasse fino allo stremo delle forze sperando poi di crollare in un sonno profondo, spesso finiva comunque per rimanere ore ed ore perfettamente sveglia, gli occhi aperti nel buio, ascoltando il russare dei camerati, con la mente che seguiva autonomamente proprio i percorsi che lei aveva fatto di tutto per evitare.

Nell’aprile di quell’anno vi fu un momento di panico e sconvolgimento al castello di Acri perché Corrado, che aveva appena ricevuto la notifica ufficiale della propria incoronazione a re di Gerusalemme, cadde vittima di un agguato tesogli da due Assassini mentre era di ritorno da una festa organizzata per lui a Tiro da Filippo di Dreux, vescovo di Beauvais. I due giovani Ismailiti vennero catturati, trascinati ad Acri e torturati per giorni, ma non dissero una sola parola e morirono tra mille sofferenze, senza tradire colui che aveva commissionato l’assassinio. Maria si dispiacque segretamente per loro, forse a causa di quelle vesti imbrattate che una volta erano state bianche e che le ricordavano Altaïr. Sorsero immediatamente voci secondo cui Saladino aveva pagato diecimila pezzi d’oro al Maestro degli Assassini perché gli consegnasse la testa di Corrado del Monferrato; ma Maria non credette neppure per un istante che Altaïr fosse abbastanza avido da mandare due suoi uomini a morire in cambio di un forziere pieno d’oro. In quell’occasione Maria temette che la propria posizione saltasse a seguito della successione al trono di Gerusalemme. Fortunatamente però il nuovo re, Enrico di Champagne, fu troppo indaffarato con le proprie frettolose nozze con la vedova di Corrado, Isabella di Courtenay, e con la propria incoronazione, per fare pulizia nell’esercito del suo precedessore. Trascorse così più di un anno senza ulteriori turbamenti di qualche rilievo.

Altaïr si fece vivo alla fine dell’estate. Era chiaro che aveva scelto uno dei giorni in cui alla guarnigione a cui apparteneva Maria era stata data licenza di tornare a casa, cosicché aveva trovato meno difficoltà ad infiltrarsi nel castello senza far scattare l’allarme. Nonostante questo, Maria fu impressionata dal modo in cui era riuscito a penetrare negli alloggi dei soldati nemici senza che nessuno si fosse accorto di nulla. Quella mattina la donna stava indossando le protezioni in cuoio per prepararsi ai primi allenamenti della giornata, quando semplicemente se lo ritrovò alle spalle.

«Marhaba, Maryam. Keef halek?», esordì l’Assassino in un tono incolore.

Maria emise un piccolo grido di sorpresa ed istintivamente estrasse la spada mentre si voltava di scatto. Nel riconoscerlo si bloccò e restò a bocca aperta per lo sgomento.

«Non dovrebbe essere così facile sorprenderti da dietro», commentò Altaïr, gettando uno sguardo di sufficienza alla lama sollevata contro di lui in posizione di difesa. L’intera parte superiore del suo volto era avvolta nell’ombra del cappuccio e la sua espressione era del tutto impenetrabile. «Se fossi stato un nemico avrei potuto ucciderti tre volte».

«Altaïr», esclamò Maria, incapace di spiccicare altro.

«Sì», rispose lui, immobile e oscuro contro lo sfondo della finestra da cui era entrato. «Ti stupisce?»

Finalmente ripresasi dal colpo, Maria rinfoderò la spada. «Tu cosa ne dici?», chiese, infastidita dal suo gelo. «Non ti sento da tanti mesi e improvvisamente compari dal nulla alle mie spalle, nel cuore del castello dei Crociati di Acri».

«I Crociati sono degli incapaci», replicò Altaïr. «Probabilmente sarei potuto entrare dalla porta principale e non mi avrebbero visto lo stesso».

Maria non volle prestarsi a quelle piccole provocazioni. Era chiaro che dopo più di un anno Altaïr era ancora adirato con lei, e di certo non poteva dargli tutti i torti. «Non credo che tu sia venuto fin qui per criticare la difesa del castello di Acri».

«Certo che no. Sono qui per te. Ho bisogno di una risposta».

«Aspetta, fammi indovinare: vuoi che venga con te a Masyaf».

«No».

«No?»

«Ho bisogno che tu mi dica che non mi vuoi», disse l’Assassino, e a Maria parve di individuare una lieve incrinatura nella sua voce. Quasi inavvertibile. «Non appena me l’avrai detto, sparirò dalla tua vita. Questa volta per sempre. Ma ho bisogno di esserne sicuro».

Maria emise un profondo sospiro e si massaggiò le tempie doloranti. «Non dire sciocchezze. Lo sai che ti amo. Come e più di prima», disse infine. Avrebbe voluto levargli il cappuccio e guardarlo negli occhi mentre glielo diceva.

Lui sembrò per qualche attimo in bilico tra il sollievo e una comprensibile diffidenza. «Come faccio a saperlo? Dopo come mi hai lasciato, a Cipro…»

«A Cipro sono successe delle cose», lo interruppe Maria, ma di nuovo si sentì incapace di raccontargli tutto ed aggirò l’ostacolo. «Avevo bisogno di stare da sola. Mi dispiace di averti fatto del male».

Finalmente i dubbi di Altaïr sembrarono sciogliersi, perché si rilassò e allungò una mano per accarezzarle una guancia con un gesto esitante, quasi timido. «Non avrei dovuto cercare di importi la mia decisione».

«Non è stato solo quello», disse Maria. Mise la propria mano sopra quella di Altaïr e gli baciò il pollice. Le sue dita erano dure e callose come le ricordava. «Per la gran parte non è stata nemmeno colpa tua».

In quel momento furono interrotti dal suono di un corno che proveniva dal cortile degli allenamenti. Altaïr si mise subito in allerta, ma Maria lo tranquillizzò. «Chiamano a raccolta per iniziare l’addestramento mattutino», spiegò. «Non sarebbe il turno nel mio drappello, ma ci vado lo stesso. Ci vado sempre. Se non mi presentassi troverebbero la cosa alquanto strana».

«Ho bisogno di parlarti».

«Torni stasera?»

«D’accordo».

Al secondo squillo, Maria si staccò da lui. «La torre più alta. Quella che dà verso il mare», disse, e corse via.

Per tutto il giorno attese il loro incontro con un misto di trepidazione e angoscia. Il comportamento di Altaïr era mutato nel corso del loro dialogo, ma se avessero finito per litigare di nuovo, il loro rapporto avrebbe retto ancora? La mente di Maria era così distratta e assente che agli allenamenti commise un errore dietro l’altro e finì per essere al centro della derisione e dello scherno generali. Al tramonto finalmente poté ritirarsi negli alloggi deserti del suo reparto, detergersi dal sudore e cambiarsi. Si coricò per un’ora nel tentativo di riposarsi, ma l’inquietudine non le permise di chiudere occhio. Alla fine si risolse ad alzarsi, indossò un mantello con il cappuccio, che si alzò sulla testa, ed uscì.

Salì sulle mura e percorse il ballatoio: incrociò solo un paio di sentinelle sul proprio cammino. I due uomini ebbero la stessa reazione: prima si misero sul chivalà, ma subito dopo la riconobbero e la lasciarono passare senza chiederle nulla. Maria raggiunse la torre, vi entrò e chiuse a chiave la porta. Sapeva che per l’Assassino scalare quell’edificio fino alla cima non avrebbe costituito un problema, e in questo modo si assicurava che nessuno avrebbe potuto disturbarli. Percorse l’intera scala a chiocciola interna alla torre e ne raggiunse la sommità, dove spuntò aprendo una botola di legno.

Si avvicinò alla balaustra: la luna quasi piena e le stelle erano abbastanza luminose da permetterle di osservare il paesaggio. Sotto di lei la scogliera si gettava a picco sul mare e sporgendosi Maria poteva intravedere la caletta da cui un anno prima erano partite le navi di Bouchart dirette a Cipro. L’altezza era vertiginosa e in qualche modo la respingeva e l’affascinava allo stesso tempo. Si era alzato un vento marino che increspava le onde e le spingeva ad abbracciare ritmicamente gli scogli in guizzanti nastri bianchi di spuma.

Ad un tratto udì un lieve rumore alle sue spalle e si voltò. Come aveva previsto, Altaïr era salito sulla torre con estrema facilità ed ora si trovavano di nuovo l’uno di fronte all’altra. L’Assassino parve esitare, come incerto sul comportamento da prendere. Maria allora sorrise e si calò il cappuccio dalla testa; con un malizioso gesto del dito indice gli fece intendere di avvicinarsi. Ad Altaïr bastarono un paio di falcate per raggiungerla e circondarla con le braccia. Maria gli prese il volto tra le mani e lo trasse a sé per baciarlo.

«Mi sei mancato», gli disse sinceramente.

«Devo crederci?», chiese Altaïr con un tono a metà tra serio e ironico.

«Pensavo a te tutti i giorni, anche se tentavo di tutto per non farlo», rispose Maria. «E sognavo di te ogni notte», aggiunse poi abbassando la voce.

Altaïr le posò una serie di piccoli baci sulle labbra. «Interessante. Raccontami cosa facevo nei tuoi sogni».

Maria gli prese il naso tra il pollice e l’indice. «Sono cose private», disse ridendo.

Altaïr non insistette oltre e riprese a baciarla, stavolta in modo più profondo ed appassionato. Le mani che scorrevano sulla sua schiena e sui suoi fianchi lanciavano a Maria messaggi inequivocabili; ma per quanto chiaramente lo desiderasse, l’uomo non si arrischiava a spingersi oltre. Maria comprese il suo timore di essere nuovamente respinto e decise di rassicurarlo. Gli fece scendere il cappuccio sulle spalle, poi gli circondò il collo con le braccia e tornò a baciarlo: per confermare le proprie intenzioni, lo spinse a schiudere le labbra per lei e gli insinuò la lingua in bocca a incontrare la sua, guadagnandosi un basso mugolio di apprezzamento.

Nonostante questo, l’ansia e la paura si erano già risvegliate dentro di lei. Le sentiva salire da un angolo buio della sua mente, infide e striscianti come serpi, ma si impose di ignorarle. Non era forse l’uomo che amava colui che la stava stringendo tra le braccia? Ebbe però un momento di panico quando avvertì il principio di erezione di Altaïr premerle contro il bassoventre, e si irrigidì all’improvviso. Lui se ne accorse e si interruppe.

«Non devi sentirti in dovere di farlo», le disse dolcemente, accarezzandole una guancia.

Maria ebbe finalmente la sicurezza che l’Assassino aveva capito tutto quanto era successo a Cipro, senza bisogno che lei glielo confessasse apertamente. Senza individuarne il motivo preciso, si sentì triste per lui. Scosse la testa e gli sorrise. «Lo desidero», disse con decisione. «Non ho fatto che desiderarlo per tutto questo tempo».

«Come preferisci. Possiamo fermarci in qualunque momento», disse Altaïr prendendole il volto tra le mani. «Basta una tua parola. Hai capito?»

Maria annuì e si allungò a baciarlo ancora sulle labbra, poi risalì lungo la sua ruvida mascella e gli prese delicatamente il lobo dell’orecchio tra i denti. Altaïr emise un lieve sospiro e Maria poté sentirlo rabbrividire sotto il suo tocco mentre le premeva le dita tra i capelli per attirarla più vicino.

Altaïr scese lungo il suo collo e scostò un lembo del mantello che le ricadeva sulle spalle per baciarla lì dove sapeva trovarsi il suo punto più sensibile. Maria non poté trattenere un morbido gemito. Fece scorrere le sue mani sul petto di Altaïr, riconoscendo all’istante il turgore di ogni muscolo e la forma di ogni avvallamento. Gli sganciò la fibbia del fodero della lama corta che portava sulla schiena e lo depose a terra. In pochi secondi anche il cinturone seguì il fodero sul pavimento di pietra. In cambio Altaïr sciolse il fermaglio di metallo che le tratteneva il mantello sul petto ed esso scivolò all’istante giù dalle sue spalle, ripiegandosi su se stesso in un piccolo monte di onde disordinate attorno ai suoi piedi.

L’Assassino la strinse di nuovo tra le braccia e la piegò sulla paglia. «Questo mi sembra familiare…», commentò, riferendosi al crepitare del pagliericcio sotto il loro peso.

Maria rise nervosamente. «Ricorda qualcosa anche a me. Allora però pioveva a dirotto». Non gli disse che avrebbe voluto riavere anche lo stesso spirito sereno e impulsivo di quella notte.

Altaïr le slacciò la cintura, ma non le alzò la corta tunica. Le appoggiò entrambe le mani sul ventre, sopra la stoffa, e risalì lentamente lungo il costato per terminare il suo percorso sui suoi seni che racchiuse delicatamente tra le dita. Senza staccarsene, si chinò sopra di lei e la baciò di nuovo. Maria lo cinse tra le sue braccia, poi le sue mani scesero a pizzicargli il sedere provocando una piccola esclamazione di sorpresa.

«Volevo farlo da molto tempo», sghignazzò compiaciuta. «Ammetto che dà una certa soddisfazione».

«Aspettati una punizione per la tua impertinenza, donna», rispose Altaïr in un falso tono severo.

«L’idea ha un suo fascino», rilanciò Maria con un sorriso malizioso sulle labbra, e sciolse la fascia rossa che gli legava la tunica in vita. Altaïr si rialzò sulle ginocchia e se la sfilò. Maria si mise a sedere e lo indusse a levarsi anche la seconda.

«A quanto pare ho bisogno di aggiornare la mia immagine mentale di te», gli disse, sporgendosi su di lui per baciarlo sotto la gola, dove si incontravano le clavicole, per poi proseguire sui pettorali segnati da ferite recenti ma già perfettamente rimarginate. «Hai collezionato altre cicatrici durante quest’ultimo anno».

Altaïr la strinse a sé con il braccio sinistro e le posò un bacio sulla testa, mentre le scioglieva la treccia con la mano destra. Maria lo aiutò, finché finalmente la sua chioma nera non fu libera e sparsa sulle spalle come una cascata di tenebra. Altaïr vi passò le dita rapito da quell’oscurità perfetta su cui riluceva bianco il chiarore lunare. Si sporse su di lei per tornare a baciarla, ma Maria si ritrasse dolcemente e si alzò in piedi. Impose a se stessa di ignorare la vergogna e si spogliò adagio, finché non fu completamente nuda di fronte a lui. Altaïr rimase per qualche secondo silenzioso e immobile a guardarla. Maria si sforzò di reggere il suo sguardo senza abbassare gli occhi, ma si sentiva arrossire e udiva di nuovo quell’odiosa voce nella sua mente ripeterle che era sporca e che lui lo vedeva. Lo sapeva.

Altaïr allungò le braccia verso di lei per incoraggiarla a distendersi di nuovo insieme. Non appena si fu nuovamente sistemata sul loro giaciglio improvvisato, si chinò su di lei e l’accarezzò con le labbra seguendo intricati percorsi sulla sua pelle. Maria gemette nel sentire il tocco caldo e umido della sua lingua sui capezzoli e gli affondò le dita tra i corti capelli per incoraggiarlo a proseguire, ma trasalì all’improvviso quando avvertì la mano destra di lui risalire lungo l’interno della sua coscia. L’Assassino si bloccò all’istante, attendendo un suo cenno che gli imponesse di smettere.

«Non fermarti», gli ordinò invece Maria, ricacciando indietro la propria ansia con rabbia. Il contatto gentile delle dita di Altaïr fu insieme terribile ed eccitante in un miscuglio che la lasciò per un attimo senza fiato. Il suo corpo anelava la vicinanza con quello di Altaïr, ma l’ultimo uomo che aveva avuto accesso alla sua intimità l’aveva brutalmente violentata. In una frazione di secondo una successione infinita di immagini infernali le passò di fronte agli occhi e Maria non potè fare altro che nascondersi il viso tra le mani con un singhiozzo doloroso.

Altaïr ritirò subito la mano. «Basta così», stabilì. «Non è questo il modo in cui voglio fare l’amore con te».

Maria gli gettò le braccia al collo e lo strinse. «Ti prego», disse, sforzandosi di riprendere il controllo su se stessa. «Ne ho bisogno. Ho bisogno che sia tu».

«Non dire così. Pregarmi per una cosa del genere…»

Disperata, Maria si allungò verso di lui e lo baciò. Come poteva fargli capire che l’unica cosa che voleva era bruciare lo spettro venefico di Shalim con la fiamma pulita del desiderio che provava per lui?

L’Assassino tentò ancora faticosamente di resistere: «Maryam…», iniziò a dire, ma la donna non gli permise di finire la frase: allungò la mano e gliela pose languidamente tra le gambe, accarezzandolo dove il membro già del tutto eretto premeva contro la stoffa dei calzoni. Preso alla sprovvista, Altaïr non poté frenare un alto gemito di stupefatto piacere. Maria si godette l’espressione di estasi che era riuscita a provocare sul suo volto, poi gli chiuse le labbra con le proprie. Provava un’indicibile tenerezza per quell’uomo capace di uccidere centinaia di nemici a sangue freddo, ma del tutto inerme di fronte alle sue avances.

Ad un tratto, Altaïr si sottrasse al suo abbraccio e per un terribile momento Maria temette che l’avrebbe rifiutata; ma l’unica intenzione dell’Assassino era quella di finire di spogliarsi. Non appena tornò ad allungarsi su di lei, Maria aprì le gambe per accoglierlo, decisa a non far trasparire di nuovo la propria paura. Se l’avesse fatto, probabilmente Altaïr avrebbe finito con l’adirarsi con lei. Cosa sarebbe successo quando lui l’avrebbe penetrata? Sarebbe quasi morta di dolore come quella volta? Senza quasi rendersene conto, Maria serrò le palpebre e rimase immobile, in attesa di provare di nuovo la stessa fitta profonda e lancinante.

Ma non accadde niente del genere. Invece, sentì le dita di Altaïr accarezzarle una guancia e le sue labbra baciarle l’altra. «Sei certa che sia quello che desideri,habeebti?», le chiese in un sussurro. Maria riaprì gli occhi ed annuì con decisione. «Allora», continuò lui, «voglio che sia tu a prendere me».

La donna rimase stupita sel sentirgli ripetere le parole che lei gli aveva detto nella casa abbandonata, a Kyrenia. Senza attendere risposta Altaïr la indusse a scambiare le loro posizioni, di modo che Maria si trovò in ginocchio a cavalcioni sopra di lui. Per un lungo momento si sentì spiazzata e in imbarazzo, pur comprendendo perfettamente che l’Assassino le cedeva il controllo perché potesse proseguire secondo il suo ritmo personale, senza forzature. Si dispose meglio su di lui e tentò di prendere la sua erezione dentro di sé: nella casa abbandonata questa operazione le era riuscita come la cosa più naturale del mondo, ma stavolta i muscoli della vagina si contrassero istantaneamente e il membro scivolò in avanti senza trovare aperture. Maria ebbe un moto di stizza e di sconforto. Perché il suo corpo reagiva ancora come se avesse a che fare con un nemico?

Altaïr si alzò a sedere e la prese tra le braccia, baciandola sul collo. «Piano», la tranquillizzò. «Hai fretta? Qualche allenamento notturno a cui devi assolutamente partecipare?»

Nonostante l’avvilimento, Maria si ritrovò a ridere. «No. In genere di notte dormiamo». Quasi non riuscì a finire la frase, perché nel frattempo Altaïr le aveva stretto i fianchi tra le mani e aveva condotto il suo sesso contro il proprio nella più intima delle carezze. Maria emise un gemito soffocato, sorpresa e incantata da quella piccola splendida sensazione di piacere e calore. Stavolta si mosse autonomamente per replicarla ancora e ancora. Proseguirono a toccarsi in questo modo finché Maria non si sentì abbastanza aperta ed eccitata per ritentare. Aggiustò la propria posizione e con delicatezza spinse il membro di Altaïr contro l’entrata della propria vagina, e questa volta esso vi scivolò dentro senza incontrare alcun ostacolo. Era caldo e umido degli stessi fluidi della donna. L’Assassino, che fino a quel momento aveva trattenuto e frustrato la propria eccitazione per non spaventarla, non poté trattenere un gemito e sollevò il bacino per penetrarla completamente. Maria avvertiva ogni suo muscolo tremare contro la propria pelle.

«Ti faccio male?» ansimò Altaïr, sforzandosi di rimanere immobile.

Maria sorrise. «No», lo rassicurò, prima di baciarlo di nuovo. Restò ancora un attimo ferma, per riabituarsi alla sensazione di un corpo estraneo dentro di lei; poi prese a muovere dolcemente i fianchi, secondo il ritmo che entrambi ricordavano bene. L’atto in sé durò poco e Maria non si avvicinò nemmeno all’orgasmo, ma non le importò: dopo un anno lontana da Altaïr, il suo cuore scoppiava di gioia all’idea di potersi unire a lui senza sofferenze e senza altri sensi di colpa. Adorava guardare il suo volto trasfigurato dal piacere, adorava udire la voce bassa con cui gemeva sommessamente e il modo in cui cercava ancora di soffocarla, per un’abitudine al silenzio appresa fin dalla nascita. Adorava sentire come il corpo di lui la colmava in modo completo e gentile allo stesso tempo, sentire il suo calore e il suo odore. Adorava la consapevolezza maliziosa di averlo completamente in suo potere.

Entro una manciata di minuti era già tutto finito: ad un tratto Altaïr la trasse a sé inarcando la schiena e venne dentro di lei con un grido spezzato. Il suo seme le riempì il ventre ed iniziò a defluire non appena l’Assassino si ritirò ansimando dal suo corpo.

«Mi spiace», disse, in evidente imbarazzo per il proprio orgasmo precoce.

«A me no», lo rassicurò Maria, chinandosi su di lui per baciarlo. «Sono felice che ti sia piaciuto».

Altaïr rispose al suo bacio e la indusse a coricarsi di nuovo fianco a fianco. Poiché si era alzata una lieve brezza notturna, si coprirono per metà con la tunica dell’Assassino e per metà col mantello di Maria. La donna si strinse contro il corpo di lui, ridacchiando piano.

«Perché ridi?», chiese Altaïr.

«Mi è tornato in mente che facevo spesso un gioco simile, da bambina», spiegò Maria, lasciando scorrere la mano sinistra avanti e indietro sul costato e sul fianco del compagno. «Mi avviluppavo in un lenzuolo e fingevo che il mondo si fosse ristretto a quel piccolo spazio protetto».

«Vorresti ancora la stessa cosa?»

«E perché no? Un universo piccolissimo dove ci siamo soltanto noi due. Niente doveri da rispettare. Niente categorie a cui appartenere. Niente grandi, inutili concetti da difendere…»

«Suona davvero strano, detto da te. Da garante dell’ordine a nichilista, è un bel salto».

Maria gli accarezzò il viso asciutto e scavato e lui le baciò i polpastrelli uno a uno, mentre scorrevano delicati sulle sue labbra. «Ti amo tanto», gli disse la donna, una confessione che le sgorgò limpida dal cuore.

Lui la fissò intensamente, e nel buio i suoi occhi erano pozzi di tenebra sul cui fondo brillava il flebile baluginio di un riflesso liquido. «Perché mi hai abbandonato, a Cipro?», chiese a bassa voce.

Maria sapeva che avrebbe dovuto affrontare quella domanda, prima o poi. «Tanti motivi», rispose dopo qualche secondo di silenzio. «E forse nessuno. Ero confusa».

«Sapevi che avremmo potuto parlarne. Decidere insieme».

«Avevo paura».

«Di che cosa?»

«Che mi disprezzassi. Che vedessi lo sporco che c’è in me e mi allontanassi da te. Che mi odiassi».

Altaïr sospirò e le baciò il dorso della mano. «Sei una donna strana, Maryam. Non potrei mai odiarti. Però ho rischiato di farlo, quella mattina che ti ho vista partire senza di me».

Maria esitò. Non era sicura di voler andare a fondo di quest’argomento, ora che finalmente si erano riappacificati. Alla fine però si decise. «Perché non hai finito per odiarmi?»

«Perché, dopo il primo momento di rabbia, mi sono calmato ed ho riflettuto. Se la Mela era rimasta con me, significava che non mi avevi usato per ottenerla. Ho vissuto un anno nell’incertezza. Ecco perché oggi sono venuto da te. Avevo bisogno di conferme… in un senso o nell’altro».

Maria ricordava una piccola figura bianca correre sui moli, quasi come se la stesse vedendo in quel momento. All’improvviso si rattristò. «Mi dispiace. Sono stata ingiusta con te».

«Ed io con te», disse l’Assassino.

Maria si allungò per dargli un piccolo bacio sulla punta del naso, e cambiò argomento: «Parlami di quello che hai fatto durante questi mesi. Ho sentito che Saladino ti ha reso l’uomo più ricco di Siria. Dopo di lui, si intende».

«Sciocchezze», rispose Altaïr. «Salāh al-Dīn mi ha offerto del denaro per uccidere Riccardo…»

Maria fischiò ammirata. «Il Cuor di Leone, nientemeno».

«…ma ho rifiutato. Il nostro Ordine non ne aveva alcuna necessità e noi non siamo sicari prezzolati. Salāh al-Dīn non riesce a capirlo».

«Però qualcuno è morto lo stesso. Corrado del Monferrato. Tra parentesi, ho rischiato di essere sbattuta fuori dall’esercito una seconda volta, visto che mi ci aveva fatto rientrare lui».

«Questa è tutt’altra storia».

«Pendo dalle tue labbra».

Il giorno dopo, ripensando a quella notte, Maria non avrebbe saputo quantificare con esattezza il tempo che trascorsero parlando di come avevano vissuto durante il periodo di lontananza. Furono sicuramente molte ore, dato che quando ricominciarono ad accarezzarsi e a baciarsi a vicenda il cielo notturno stava già lentamente invecchiando a est. Spazzati via definitivamente i timori, le ansie e le paure, la seconda volta che fecero l’amore fu completamente diversa dalla prima. Altaïr la stimolò a lungo con le dita prima di salirle sopra e spingere la propria virilità dentro il suo grembo. Maria non fece altro che aprire le gambe per lui e si lasciò condurre docilmente, assecondando il suo ritmo lento e rilassato. L’orgasmo l’avvolse come un’onda calda, mentre Altaïr veniva di nuovo dentro di lei. Stremato, l’uomo si sciolse dal suo abbraccio e si abbandonò sulla paglia, al suo fianco. Maria sentiva il seme caldo di lui scivolare via dal suo alveo e tentò di trattenerlo, stringendo i muscoli e le cosce l’una contro l’altra.

«Ho qualcosa per te», disse Altaïr, allungando il braccio per trascinare il cinturone verso di sé. Da una delle tasche estrasse un piccolo pezzo di pergamena arrotolato su se stesso e legato con una sottile cordicella di seta.

 Lo passò a Maria, che sciolse il nodo ed aprì la pergamena. Grazie alla primissima luce dell’alba ormai prossima poté indovinare subito di cosa si trattava. «Una pianta di Acri», disse, perplessa. A nord individuò la mole del castello dove si trovavano. Dal lato dove si apriva la porta principale partiva una linea nera che attraversava la città: si districava tra i quartieri e le strade e conduceva infine ad un piccolo edificio nel quartiere povero, del tutto anonimo se non fosse stato colorato di nero per evidenziarlo rispetto agli altri. «Questa è…?»

«La dimora degli Assassini», confermò Altaïr. «Non voglio obbligarti a seguirmi, habeebti», precisò addolcendo il tono. «Ma potresti avere bisogno di comunicare con me, prima o poi. In tal caso, puoi rivolgerti al rafiq di Acri».

«Immagino che lui non aspetti altro che vedermi comparire alla sua porta», disse ironicamente Maria, anche se dentro di sé si sentiva commossa dalla fiducia illimitata che Altaïr le accordava. «Ricordo abbastanza bene la sua accoglienza calorosa, quando mi avete rinchiusa dopo la cattura…»

«Lui è già stato avvertito. Non approva, naturalmente, ma non importa. Rispetterà gli ordini. Gli Assassini sono tenuti a farlo».

«Perché ho la netta impressione che presto diventerai un leader molto odiato?»

«Magari già lo sono».

Maria rise e lo baciò di nuovo. Si concessero ancora qualche minuto di pigre effusioni prima di rassegnarsi a rivestirsi.

«Ricordati. Per qualunque cosa, chiedi al rafiq di Acri», le ripeté Altaïr. «Appena riceverò un tuo messaggio, ti raggiungerò nel più breve tempo possibile». Poi le posò un ultimo bacio sulla fronte e si rimise in piedi.

Maria gli strinse la mano nella propria, come per trattenerlo ancora per una manciata di secondi, prima di lasciarlo andare definitivamente. L’Assassino salì sulla balaustra e si lanciò in un aggraziato Salto della Fede, scomparendo subito dalla sua visuale. Il cuore di Maria si strinse. Quando l’avrebbe rivisto? Settimane… mesi? O anni? Sentiva già un vuoto incolmabile e doloroso aprirsi nel suo petto. Per la prima volta si rese conto che non poteva vivere senza di lui.

Poi, all’improvviso, ebbe la certezza che qualcosa fosse cambiato. Le sembrò che si sollevasse tutt’a un tratto una foschia, della cui esistenza non si era accorta fino a quel momento, e che attraverso l’aria sottile e pulita il suo sguardo potesse finalmente abbracciare il mare fino all’ultimo orizzonte. Le stelle, già sul punto di tramontare, si erano fatte di colpo molto più luminose e splendevano come se non fosse già quasi mattina, ma ancora piena notte.

Maria si alzò lentamente sulle gambe e si portò entrambe le mani sul ventre, colpita da una strana, perfetta consapevolezza.

Rimpianse che se ne fosse andato. Avrebbe voluto che fosse ancora lì, che le fosse ancora vicino: perché così avrebbe potuto dirglielo, avrebbe potuto dirgli che ora vedeva anche lei la bellezza del mondo, la grazia del caos.

 

 

 

 


FINE
:iconjael-kolken:
Capitolo IX
Note finali


Oddio. Oddio non ci posso credere. Oddio è finita.

Ok in questo momento ho dei sentimenti contrastanti. Da una parte sono molto felice che sia finita, perché vorrei anche dedicarmi a scrivere qualcos'altro, finalmente. Dall'altra mi dispiace un po'. Non so bene per quanto questa fic mi ha fatto compagnia (e a tratti, mi ha fatto dannare), ma più o meno un anno. Quindi ha assunto una sua importanza e mi dispiace un po' staccarmene.
Comunque, tecnicamente non è ancora conclusa. Ci sono le note da scrivere! Argh! Per cui aspettatevi un capitolo di note, a breve. XDDDDD
Detto questo, spero che la fic vi sia piaciuta e che il finale non vi abbia delusi. :)

Quando avrò voglia di riprenderla in mano, è già in previsione una Grande Correzione Generale, perché il testo in certi punti ne ha assoluto bisogno. Fatta la Grande Correzione Generale, unirò tutti i capitoli in un file unico e lo convertirò in diverse versioni: word, pdf, e-book e via dicendo. Chi è interessato segua la mia pagina su DeviantArt perché ne darò sicuramente notizia qui. :D
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:iconblissful-catatonia:
~blissful-catatonia Dec 24, 2012  Hobbyist Writer
What a story! This is the best depiction of Altair I have ever read you got him spot on I love my OTP even more now. I read the first 2 chapters then used translate for the rest and just couldn't stop reading. I'm late for work and I'm not even sorry. Even the crappiness of the translator didn't manage to spoil this it is just perfect, I love it so much I want another 10 chapters :) When she was on the boat and he was on the beach... *sigh* Feels exploding all over the place. Thank you so much for this :love:
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:iconbunnykira:
Mood: Emotional ~BunnyKira Mar 13, 2012  Hobbyist Digital Artist
E finalmente ho terminato di leggerla anche io!
Lo sapevo che sarebbe stato stupendo il finale, mi ha fatto piagnucolare, cattivona. ç___ç
Vorrei lasciare un commento più significativo, davvero, ma non so come esprimere quanto mi sono piaciuti in special modo questi ultimi due capitoli! ç_ç
Ho un piccolo groppo in gola e mi dispiace che sia finita, ecco!
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:iconmakiyukishiro:
chapter updated :squee:
end :tears:

How beautiful was this fic.... the best I have read about Alt/Mar
Promise me! the english version must be post in fanfiction(dot)net
and keep writing.... for your own safety!!!
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:iconcutubulla:
che tristezza la parola 'fine' xP bellissima fic, davvero stupenda!
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Oct 21, 2011  Professional Digital Artist
Grazie mille! :glomp:
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:iconkhellerendros:
Ok allora *leva il sangue da naso* ammirevole come sempre, sono triste che sia finita ma la fine è stata talmente eccezionale che non posso sentire dispiaciuta!! XD
Ti ringrazio ancora per questa splendido lavoro che hai fatto per noi e spero di poter leggere al più presto qualche altra tua opera. ^^
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:iconkhellerendros:
Giusto cielo che diamine ho scritto. -.-"
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Oct 20, 2011  Professional Digital Artist
Grazie a te per avere avuto la pazienza di leggerla e soprattutto per i tuoi commenti! Sono quelli che aiutano ad andare avanti! :hug:
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