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April 28, 2011
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(Contains: nudity, sexual themes, violence/gore and strong language)
Il viaggio durò diverse ore anche se Maria non avrebbe potuto quantificarle, sia perché il buio nel ventre della nave era quasi completo, sia perché i suoi pensieri erano altrove. Di tanto in tanto avvertiva la carezza gentile delle dita di Altaïr sulle sue, un contatto non intrusivo che se da una parte le trasmetteva una piacevole sensazione di tenerezza, dall’altra alimentava il suo senso di colpa. Maria pensava a Robert e alle aspre parole di Bouchart: per la piega che avevano preso gli eventi, adesso non sarebbe riuscita a negare con decisione l’accusa di tradimento come aveva fatto appena il giorno prima. Si sentiva falsa e ipocrita. Si domandò se anche l’Assassino dentro di sé si sentisse altrettanto contrastato, ma non riuscì a trovare il coraggio di chiederglielo.

Ad un certo punto si accorse che la nave si stava fermando e udì il tonfo liquido dell’ancora che veniva gettata in acqua. Con ogni probabilità, erano finalmente giunti nelle vicinanze di Kyrenia.

I due clandestini restarono fermi e in silenzio mentre le assi sopra di loro rimbombavano e scricchiolavano sotto i passi pesanti dei pirati turchi. La botola della cambusa venne aperta di nuovo ed entrò la fioca luce dell’alba, illuminando debolmente la massiccia figura che scese sotto coperta. Dopo un attimo di tensione, Maria riconobbe Essad e si rilassò. L’uomo non gettò nemmeno un’occhiata nella loro direzione: cominciò subito a passare alcune casse al compagno ch’era rimasto di sopra ad attendere. Sembravano grandi e pesanti ma lui le sollevava senza alcuno sforzo, come fossero state vuote. Maria immaginò che stessero scaricando roba da contrabbandare una volta a terra. Queste manovre durarono alcuni minuti, poi Essad risalì la scaletta di legno, richiuse la botola e nell’angusto spazio si fece di nuovo buio. Poco dopo altri rumori di impatto con l’acqua e di movimento di remi a non più di una manciata di metri alla loro destra li avvertirono che era stata calata una scialuppa, e che si stava allontanando.

Altaïr e Maria rimasero ancora bloccati dentro la nave per qualche tempo, prima che la botola si aprisse per la terza volta e ne scendesse di nuovo Essad, che si avvicinò al loro nascondiglio e disse: «Uscite». La luce che penetrò era quella chiara e vivace del mattino tardo o del primo pomeriggio; ma che fosse ormai ora di mangiare Maria lo sapeva già benissimo, grazie agli avvertimenti che le lanciava di tanto in tanto il suo stomaco insoddisfatto. Pur sentendosi più che lieta di abbandonare quell’angolo angusto e oscuro, Maria impiegò qualche momento per rimettersi in piedi. Sentiva le gambe doloranti e intorpidite, costrette com’erano state a restare piegate e quasi immobili per tante ore.

Essad calò in acqua una seconda scialuppa e li trasportò a terra con una manovra simile ma contraria a quella compiuta per farli salire a bordo, con un’ampia curva verso occidente. Si diresse verso un’insenatura con un piccolo promontorio roccioso alla loro sinistra, che li avrebbe sottratti alla vista dei suoi compagni rimasti sulla spiaggia. Stavano ancora scendendo a terra quando si accorsero della sagoma di una sentinella sulle rocce soprastanti. Dopo un attimo di indecisione, l’uomo si volse e iniziò a correre per raggiungere il resto dell’equipaggio e dare l’allarme. Ma non ebbe il tempo di compiere nemmeno pochi passi, prima che Altaïr gli fosse addosso come un’aquila sulla preda, e lo uccidesse con la lama nascosta. Il tutto si svolse in modo talmente rapido che Maria non fece nemmeno in tempo a realizzare pienamente il pericolo.

Altaïr si rialzò e si rivolse a Essad. «Mi spiace per il tuo amico», disse con un tono neutro che smentiva le sue stesse parole. Per tutta risposta, Essad si caricò il corpo del compagno morto sulle spalle, lo trasportò fino alla riva, gli legò una grossa pietra alla gamba e lo gettò nell’acqua profonda che schiumava avvinghiandosi agli scogli. Il cadavere andò a fondo come un pezzo di piombo. «Fatto», disse laconicamente il pirata. «Ora andate. Kyrenia per di là», aggiunse, indicando col dito verso est. Poi spinse in mare la scialuppa vuota, si rimise ai remi e si allontanò.

«Credo non fossero poi tanto amici», commentò Maria.

Si misero in cammino prima dirigendosi verso gli aspri rilievi dell’entroterra, poi svoltando alla loro sinistra, in modo da evitare la costa per un buon tratto. Il sole stava iniziando la sua parabola discendente quando, superata una modesta altura punteggiata del verde dei ginepri lici e dell’argento degli oleastri, giunsero in vista di Kyrenia. La cittadina sorgeva intorno ad un’insenatura naturale che era stata trasformata in un vero e proprio bacino, grazie alla costruzione di una lunga fila di pietre frangiflutti che abbracciava la rada e poi correva parallela alla costa per diversi metri prima di concludersi con una piccola torre di vedetta. Anche da lontano si riconoscevano le navi dei Templari, ancorate fuori dalla darsena perché troppo grandi per esservi ospitate.

A oriente il porto era dominato dalla mole del castello costruito dai Bizantini cinque secoli prima, all’estremità di una sottile striscia di terra che si allungava sul mare: il pesante edificio sembrava così innalzarsi su di una piattaforma galleggiante sopra l’acqua. Le mura massicce formavano un quadrato quasi perfetto e agli angoli si levavano quattro torri, più piccole sul lato rivolto verso nord, più grandi nella parte affacciata verso la terraferma. Un anello di mura cingeva le piccole case ammassate le une sulle altre; all’esterno invece si distendevano i campi coltivati, in mezzo ai quali sorgevano sporadiche capanne di contadini.

A sud la città era circondata da una catena di aspre montagne le cui cime apparivano brulle e bianche di roccia nuda, mentre i fianchi erano coperti da macchie irregolari di boschetti di cedri e di querce. La sommità dell’altura sovrastante la stradina di terra battuta che ora Altaïr e Maria stavano percorrendo aveva una strana forma che ricordava vagamente il palmo di una mano aperta. «Quello è il Pentadactylos», disse Altaïr indicandolo. «Significa “cinque dita”, in greco.»

«Nome appropriato», disse Maria.

«Le fortificazioni che intravedi sulla montagna accanto appartengono al castello di Sant’Ilario, che controlla il passo per Nicosia. Il Castello del Leone si trova più avanti; ma è quasi invisibile, da questo lato. Ancora più a oriente rispetto a Kyrenia c’è il castello di Kantara, dove Isacco Comneno ha cercato rifugio prima di essere catturato da Riccardo.»

«Vedo che ti sei informato.»

«Il minimo indispensabile. Il resto delle informazioni l’avrò in città.»

«Sai già come metterti in contatto con la Resistenza locale?»

«Non ce ne sarà bisogno, mi troveranno loro.»

Maria sorrise. «E stai pensando di farmi fuori prima o dopo averli incontrati?»

«Non dire sciocchezze.»

«Lo sono?» chiese la donna bloccandosi. «Eppure potrei costituire un pericolo notevole, per voi.»

Altaïr si fermò a sua volta, con un’espressione insofferente. Si volse verso di lei e le posò un rapido bacio sulle labbra. «Vorrà dire che correrò il rischio», disse. Poi riprese a camminare e Maria lo seguì, sentendosi un po’ felice, un po’ sciocca e meschina in modo quasi insopportabile.

Entro una manciata di minuti arrivarono in vista della porta occidentale di Kyrenia, un poderoso edificio in pietra arenaria incastrato nelle mura, costituito da due blocchi pressoché cubici, di cui quello sottostante più grande e quello sovrastante notevolmente più piccolo; sopra quest’ultimo era posta una cupola emisferica, e sulla parete si aprivano due piccole finestrelle destinate ad ospitare i balestrieri. Il passaggio nella parte inferiore invece era costituito da un arco ribassato, sorvegliato da quattro guardie cittadine sul lato esterno e altre quattro su quello interno.

«Normalmente mi arrampicherei sulle mura», disse Altaïr. «Ma non è il caso che mi metta a spiegarti come fare. Entreremo dalla porta.»

«Hai intenzione di uccidere quei soldati?» chiese Maria. «Vuoi scatenarci addosso i Templari prima ancora che mettiamo piede in città?»

«Vedi forse un’alternativa?» chiese Altaïr a sua volta. «Non ti obbligo a partecipare, se la cosa ti fa sentire in colpa». Si rimise in marcia e raggiunse le guardie alla porta. Una di esse alzò la mano verso di lui per intimargli di fermarsi e disse qualcosa in greco con un tono minaccioso. L’Assassino lo prese per il polso e gli piantò la lama nascosta nel ventre. Il soldato emise un gemito e si accasciò. I suoi compagni non ebbero quasi il tempo di riaversi, che Altaïr aveva già estratto la spada ed ucciso quello accanto. In un attimo venne circondato. Una delle guardie tentò di colpirlo, ma Altaïr schivò e gli affibbiò un manrovescio che lo mandò a stramazzare per terra. L’Assassino attaccò a sua volta e bastò un rapido fendente per liberarsi di un altro avversario; un altro ancora finì trafitto da parte a parte. Altaïr prese di mira quello che pareva essere il luogotenente, ma questi si dimostrò in grado di parare i suoi colpi, sebbene con un certo affanno. L’Assassino allora si creò un varco nella sua difesa con un rapido movimento della lama dal basso verso l’alto e subito lo infilzò.

Mentre era impegnato in questa manovra, un soldato tentò di colpirlo alle spalle. Maria intervenne all’istante, sfruttando l’effetto sorpresa per bloccargli il braccio e fratturarglielo con un deciso e potente colpo sul gomito che glielo fece piegare al contrario. L’uomo gridò di dolore e lasciò andare la spada. Maria ne approfittò per impadronirsene e per ucciderlo con un fendente che lo falciò dalla spalla al petto.

«Avevo la situazione sotto controllo», tenne a precisare Altaïr quando lui e Maria si trovarono schiena contro schiena. Nel frattempo, una pattuglia di ronda giunta pochi secondi prima aveva rimpiazzato i soldati caduti.

«Voi uomini avete il terrore che vi cadano a terra le palle se vi fate aiutare da una donna», disse Maria schivando l’attacco di una guardia e trafiggendola. Nello stesso istante un’altra tentò un affondo ma la donna fu rapida a farsi da parte e poi a sferrargli un sinistro sul naso. L’osso scrocchiò sonoramente mentre si schiantava sotto il suo colpo. Grazie a questo, Maria guadagnò la frazione di secondo necessaria per estrarre la lama dalla carne dell’avversario precedente. Completando il medesimo movimento la roteò e spiccò quasi del tutto la testa dal collo del nuovo nemico. Il sangue zampillò copioso dalla carotide recisa, come l’acqua da una fontanella, prima che il corpo senza vita crollasse nella polvere. Un soldato provò a menarle un fendente, ma Maria gli bloccò la spada con la propria sopra le loro teste e nello stesso momento gli sferrò un calcio nello stomaco che lo sbalzò via. Quasi contemporaneamente la donna dovette difendersi da un nuovo assalto: roteò su se stessa, mandando l’avversario a crollare sulla sua lama travolto dal proprio impeto.

«Non va malissimo», commentò tra il serio e l’ironico Altaïr, che nel frattempo stava tranciando le gambe a un’altra guardia. «Ma ti ho detto di essere meno nervosa. Stai più morbida sulle ginocchia.»

«Taci, Assassino!», gridò Maria con una falsa aria offesa, trafiggendo un soldato. «Tu pensa ai tuoi ed io penserò ai miei.»

Erano ancora impegnati a respingere gli attacchi dei nemici, quando successe qualcosa di inaspettato: un gruppo di uomini armati alla rinfusa di spade, mazze e qualche forcone si avventò gridando su di essi, uccidendone un gran numero in modo disordinato e violento. Maria non sapeva chi fossero, ma poteva intuire facilmente che si trattava di drappelli della Resistenza di Kyrenia; in ogni caso erano loro alleati, almeno per il momento. Le guardie cittadine si trovarono improvvisamente in inferiorità numerica, e molti fuggirono per dare l’allarme.

Non appena la battaglia fu conclusa, i ribelli disparvero nei vicoli di Kyrenia. Uno di loro si attardò un momento a far cenno ad Altaïr e Maria di seguirlo, poi corse via. Era un uomo basso e robusto come una quercia, con delle braccia muscolose, la pelle bruciata dal sole e una gran barba nera, su cui risaltavano i primi fili grigi. Li condusse in una corte riparata, poi si rivolse ad Altaïr. «Molto abile, xéne», si complimentò. «Scusa il mio arabo povero», aggiunse, tendendogli la mano. «Mio nome Markos. Eìste o aetòs tou Masyaf.Sì?»

Altaïr gli strinse la mano. «Né. Emèna me lène Altaïr», rispose. «Scusa tu il mio greco.»

«Lei?» chiese Markos indicando Maria con il dito.

«è la mia compagna», disse Altaïr senza esitazione, e Maria dovette lottare per non arrossire. Da “prigioniera” a “compagna”: il loro rapporto aveva compiuto un salto notevole, nel giro di poche ore.

«Donna forte», commentò Markos con un tono a metà tra l’ammirazione e il biasimo di chi non approva simili stravaganze. Poi, esprimendosi in una lingua che era una specie di miscuglio di greco e di arabo zoppicante, spiegò all’Assassino ch’erano preparati al suo arrivo perché avvertiti da un messaggio di Alexandros giunto poche ore prima via piccione viaggiatore.

«Alexandros mi ha detto di parlare con un uomo di nome Barnabas», disse Altaïr.

«Barnabas, né», annuì Markos. «Vieni. Usiamo strade nascoste», aggiunse e si incamminò seguito dall’Assassino e da Maria. Come anticipato dalla loro guida, percorsero vicoli tortuosi, procedendo verso est e in discesa verso il mare. Le case del centro di Kyrenia erano alte e quasi compresse le une contro le altre, con i piani superiori in legno e le porte dipinte di un blu scolorito e scrostato. Le stradine erano così strette che da un lato all’altro sui davanzali erano tirate delle cordicelle a cui pendevano poveri panni stesi ad asciugare. Come a Limassol, la vita sembrava quasi essersi fermata. Le basse sedie di legno e paglia erano rimaste fuori dalle soglie, ma non c’erano donne sedute a cucire e a chiacchierare. I tre viandanti non incontrarono anima viva, anche se di tanto in tanto Maria intravide qualcuno alle finestre o attraverso gli spiragli delle porte socchiuse. In compenso, udirono in lontananza la campana dell’allarme e spesso anche i passi cadenzati dei drappelli di ronda. In quei momenti i tre si nascondevano per il tempo necessario ad assicurarsi di essere fuori portata e poi riprendevano il cammino.

Ad un certo punto Markos svoltò a destra e li condusse in un minuscolo vicoletto cieco su cui affacciavano le porte di alcune casette. La loro guida bussò ad una di queste con tre colpi consecutivi e poi altri due più distanziati.

«Kodikòs pròsbases», disse una voce da dentro.

«O chimònas tou Kùprou», rispose Markos, e il padrone di casa li lasciò entrare.

Gli occhi di Maria impiegarono un paio di secondi per abituarsi alla penombra che regnava all’interno, illuminato solo da una finestrella che catturava la poca luce del vicolo. L’ambiente non sembrava niente più che un piccolo magazzino. Botti, travi e qualche attrezzo di carpenteria come martelli e mazzuole erano accatastati alla rinfusa contro le pareti.

Barnabas era più alto e meno massiccio di Markos, anche se appariva comunque ben piantato sulle gambe nervose. Aveva la folta barba e i capelli castani, e gli occhi marroni brillavano di una luce pungente nello sguardo indagatore. In un primo momento apparve contrariato dalla presenza dei due stranieri e se la prese con Markos, rivolgendogli parole in greco che Maria non poteva capire, ma che suonavano aspre e dure. Markos gli rispose con calma e di tutto il suo discorso Maria poté afferrare solo il nome “Altaïr”.

«Così sei l’aquila di Masyaf», disse allora Barnabas in un arabo perfetto, rivolgendosi all’Assassino. «Avevamo sperato che Masyaf fosse un po’ più generosa con noi e ci mandasse un aiuto più consistente che un solo uomo, per cacciare i Templari.»

«Masyaf non fornisce eserciti», disse Altaïr. «Ed io lavoro da solo.»

«Allora dimmi, Assassino, perché ti sei portato dietro una dolce compagnia», replicò Barnabas, e i suoi occhi fissarono Maria. «Questa donna ci sarà sicuramente d’intralcio.»

«Certo non più di te, Barnabas di Kyrenia», sbottò Maria, irritata. «Se vuoi che facciamo una prova, la mia lama non aspetta altro».

Altaïr alzò la mano per farle intendere di tacere. Sul volto di Barnabas si dipinse il più freddo dei sorrisi. «Dalle vostre parti è costume che le donne portino una spada e si rivolgano in questo modo agli uomini?», chiese, tornando a guardare l’Assassino. «è un accento inglese o francese quello che sento nel suo arabo?»

«Lei non costituisce una minaccia per la Resistenza», intervenne Altaïr. «Ve lo garantisco.»

Maria decise di mordersi la lingua solo per non contraddire quanto appena assicurato da Altaïr, ma dentro di sé si chiese se il loro interlocutore avrebbe conservato la stessa boria con una spada piantata nella pancia.

«Molto bene», concluse Barnabas. «Noi crediamo alla parola dell’aquila di Masyaf. Immagino che sarete affamati, dopo il viaggio da Lemesòs. Venite.»

Lui e Markos li condussero in un ambiente sotterraneo attraverso una breve rampa di scalette di legno che cigolarono sotto i loro piedi. L’interno era rischiarato da un paio di lampade ad olio appese al basso soffitto. Casse e botti erano impilate contro i muri, rendendo il locale, già di per sé non molto grande, ancora più angusto. Al centro stava un tavolo di legno stretto e lungo, il cui piano era formato da non più di due assi consunte e segnate da innumerevoli graffi e ammaccature, inchiodate tra loro e alle gambe con chiodi metallici così grossi da sembrare borchie. Attorno al tavolo era stata sistemata qualche botte in verticale, a mo’ di sedia: erano tutte occupate da alcuni membri della Resistenza, impegnati a bere e a giocare agli aliossi. Si voltarono stupiti verso Altaïr e Maria non appena li videro entrare. Barnabas ne fece alzare un paio con brusche parole in greco accompagnate da ampi gesti e ordinò loro qualcosa. Gli altri rimasero seduti e squadrarono Maria da capo a piedi prima che potesse sedersi al tavolo, accanto a un uomo grosso e peloso che puzzava di vino e di sudore. Altaïr prese posto di fronte a lei; Barnabas afferrò uno sgabello lasciato libero in un angolo, accanto alle botti impilate contro le pareti, e si accomodò a capotavola. Quelli che aveva mandato via poco prima tornarono quasi subito portando l’uno delle focacce insieme ad una grossa fetta di formaggio a pasta bianca e dura, l’altro un recipiente di terracotta e tre bicchieri di legno. Depositarono tutto sul tavolo, poi scomparvero di nuovo di sopra. Maria avrebbe voluto mantenere un certo contegno di fronte al cibo offerto da Barnabas - persona che suscitava già la sua più viva antipatia - ma aveva così fame che addentò immediatamente il pane, con l’assoluta approvazione del suo stomaco vuoto.

«Piano, piano», disse Barnabas ridendo. «Non vorrai rovinarti l’appetito con la pitta.»

«Ne ho abbastanza anche per qualunque cosa venga dopo, grazie», rispose freddamente la donna, accompagnando il boccone di pane con un altro di formaggio.

Barnabas rise di nuovo. «Ti piacciono quelle con la lingua lunga, eh, Assassino?», disse rivolgendosi ad Altaïr e riempiendo i bicchieri di vino.

«Aggiornami sulla situazione a Kyrenia», disse lui, ignorando sia la sua allusione sia il vino.

«Ebbene, è presto detto», rispose Barnabas. «I Templari hanno preso possesso di tutte le posizioni strategiche dentro e fuori dalla città. Bouchart non si è trattenuto a Kyrenia. Appena sbarcato è partito per il Castello del Leone, sulle montagne, lasciando la città nelle mani di un suo luogotenente. Abbiamo inviato un gruppo di sicari per cercare di farlo fuori sulla strada, ma non abbiamo più ricevuto loro notizie, quindi supponiamo che abbiano fallito e che siano stati eliminati. Conoscevano perfettamente il territorio, ma anche i seguaci del Toro lo conoscono come il palmo della loro mano. Se il Toro esporrà nuove decorazioni sulle mura di Kantara, è probabile che si tratterà delle teste dei nostri inviati.»

«Il Toro?» chiese Altaïr, ma proprio in quel momento rientrò uno dei due membri della Resistenza usciti poco prima, portando il resto del cibo. Un piatto conteneva dei triangoli di pastella che avvolgevano una sorta di pasticcio di verdure, formaggio e uova; nell’altro erano ammonticchiati dei rotoli fatti di foglie di vite bollite e ripiene.

«Si chiamano spanakopita e kouperia», spiegò Barnabas rivolgendosi a Maria con un tono che si fingeva serio ma che era in realtà chiaramente canzonatorio. «Spero siano di tuo gradimento, mia signora.»

 «A me basta che siano commestibili», disse Maria, seccata.

«Chi è il Toro?», ripeté Altaïr.

«Moloch il Toro», rispose Barnabas. Sentendo quel nome Maria ebbe un soprassalto, ma riuscì a trattenerlo e a non darlo a vedere. L’unico che se ne accorse fu Altaïr: si voltò per una frazione di secondo verso di lei, fece finta di nulla e tornò a guardare Barnabas. «Parlami di lui», disse. «Il mio obiettivo è Bouchart. Pensi che questo Moloch il Toro possa costituire un ostacolo per me?»

Barnabas scoppiò a ridere. Markos, che si era tenuto in un angolo in silenzio fino a quel momento, intervenne. «A Kyrenia si muove una foglia? O Taùros sa», disse.

«Saprà presto anche del tuo arrivo, o forse già ne è a conoscenza», aggiunse Barnabas. «Immagino ti metterà alle calcagna i suoi uomini. Spero che l’abilità di un Assassino superi quella dei nostri sicari, o non durerai a lungo.»

«Mi stai sottovalutando, Barnabas», disse Altaïr.

«Confido che sia così», rispose lui. «Ma anche in questo modo, loro sono tanti e conoscono il luogo. Tu sei uno solo, e straniero per di più.»

«Che è precisamente il motivo per cui mi appoggio a voi fin dall’inizio dell’operazione.»

Barnabas sembrò riflettere per qualche secondo, poi riprese: «D’accordo. La Resistenza di Kyrenia ti supporterà fino alla fine. Ma in cambio…»

«In cambio vuoi che uccida il Toro prima di rivolgere la mia attenzione a Bouchart», completò Altaïr, anticipando i suoi pensieri. «Sta bene. Anche perché se me lo ritrovassi tra i piedi mentre inseguo la mia preda, potrebbe comunque rivelarsi una discreta scocciatura.»

Sotto il tavolo, Maria diede un piccolo colpo con la punta dello stivale al piede di Altaïr, per fagli intendere che aveva qualcosa da dirgli al riguardo non appena possibile. Lui non diede a vedere alcuna reazione, ma la donna sapeva che aveva afferrato perfettamente il messaggio.

«Assassino, nessuno prima d’ora si era riferito al Toro chiamandolo “una discreta scocciatura”!», aveva intanto esclamato Barnabas. «Mi piace come parli. Speriamo che la tua lama sia altrettanto eloquente. Intanto, dobbiamo fornirti un’altra base sicura a Kyrenia. Preferirei non compromettere troppo questa.»

«Capisco.»

Markos si avvicinò e sussurrò qualcosa in greco al suo superiore, che annuì e disse: «Markos mette la sua casa a disposizione. Sua moglie si occuperà della tua donna.»

Maria fu tentata di replicare che poteva benissimo occuparsi di se stessa, ma decise di lasciar perdere e di finire di mangiare.

Al termine del pranzo si sentiva finalmente sazia, mentre Altaïr si era limitato a mangiare un po’ di pane e non aveva nemmeno toccato il vino. Si alzarono, salutarono Barnabas e seguirono di nuovo Markos lungo le viuzze di Kyrenia, deserte come al solito. Ad un certo punto Altaïr si bloccò, come se la sua attenzione fosse stata attirata da qualcosa, e fece per comunicarlo alla loro guida, ma Markos aveva già capito e si appiattì in un vicolo insieme a Maria. Videro l’Assassino arrampicarsi sul tetto di una delle case di fronte a loro, con la rapidità e la facilità di chi non fa altro dalla nascita. Poco dopo udirono un paio di grida soffocate provenire dall’alto, proprio sopra le loro teste, poi il silenzio. Non passò che una manciata di secondi prima che Altaïr scendesse agilmente, raggiungendoli. Maria notò del sangue sulla sua mano sinistra.

«Solo un paio di spie», disse l’Assassino. «Avevano un tatuaggio a forma di croce greca sul collo.»

«O Taùros», disse Markos. «Uomini suoi.»

«Bene», commentò Maria. «Almeno adesso hai la sicurezza che sa che sei qui.»

«O che verrà a saperlo entro breve», aggiunse Altaïr. «Proseguiamo. Ti accompagnerò fino alla casa di Markos, poi farò un giro da solo. Ho bisogno di costruirmi un’idea più precisa del posto.»

«Arrivati tra poco», disse Markos, e riprese a guidarli. Non incontrarono nuovi problemi per il resto del cammino, che fu comunque molto breve. La casa di Markos si trovava a pochi passi dal porto e non si differenziava in nessun modo dalle altre a cui era affiancata. Era dipinta di un indefinibile colore chiaro che virava in pallidissime sfumature a tratti verdi, a tratti rosa e gialle; mentre sulla porta e sugli scuri spiccava il solito azzurro-blu, scrostato in molti punti. Al piano terra, l’interno ospitava la zona di cucina e di magazzino, con un focolare rialzato su un banco di mattoni a secco innalzato in mezzo alla stanza, sopra il quale pendeva una catena; una piccola macina manuale trovava posto in un angolo e una serie di contenitori in ceramica erano alloggiati in buche sotterranee, da cui spuntavano solo con la bocca e la parte terminale del collo. Una rampa di piccole scale di legno portava al piano superiore.

Markos chiamò: «Eiréne! Eiréne!». Sentirono dei passi sulle travi sopra di loro e in cima alla scaletta comparve la moglie di Markos. Era una donna piccola ma dall’aspetto energico, vestita di scuro, con gli occhi neri e i capelli dello stesso colore spartiti in due da una scriminatura centrale sopra la testa. Il marito le disse qualcosa in greco indicando i due ospiti, lei annuì e prese Maria sottobraccio, conducendola su per le scale, seguita da Altaïr. Maria capì di essere stata subito posta sotto la sua protezione, e la cosa la fece sorridere.

Il primo piano era costituito da un unico ambiente, suddiviso soltanto da alcuni tessuti appesi a mo’ di tende, sostenuti da paletti di legno posti in orizzontale, le cui estremità erano conficcate nelle pareti a pochi centimetri dal soffitto. Eiréne la portò in quella che doveva essere la sezione più grande della stanza, dov’era posto un letto matrimoniale con un materasso di paglia e una coperta di lana. Maria intuì che lei e Markos stavano cedendo il loro letto e avrebbe voluto rifiutare, ma non aveva idea di come comunicare con Eiréne, e Markos era rimasto di sotto. In attimo la piccola donna era già scomparsa, lasciando Maria sola con Altaïr.

L’Assassino si avvicinò a lei e le circondò la vita con le braccia. «Cosa dovevi dirmi?», le chiese accarezzandole una guancia.

«Conosco Moloch», rispose Maria, abbracciandolo a sua volta. «Quello che qui chiamano il Toro.»

«Fino a lì c’ero arrivato. E allora?», fece Altaïr con un tono non troppo interessato. Si chinò su di lei e le posò una serie di baci sulla punta del naso, sulle labbra, sul mento e sul collo. Maria capì che stava pensando a ben altro che a Moloch il Toro. Irritata, lo spinse via esclamando: «Ascoltami, sto parlando seriamente!»

«Ti sto ascoltando», sospirò Altaïr.

«Ho conosciuto Moloch quando si trovava ad Acri», disse Maria. «Per noi era Moloch l’Invasato. Già allora era capo di una setta di fanatici. Sono bene allenati, ma soprattutto non temono la morte, perché sono convinti che grazie ad essa diventeranno tutt’uno con Dio. Non esiste niente di più pericoloso di un guerriero fanatico incurante della morte, e Moloch ne addestra a centinaia. Perfino Robert decise di non farne uso, perché gli facevano impressione e probabilmente anche paura. Come se non bastasse, il loro capo è una montagna umana, ma con l’agilità e i sensi di un felino e la brama di sangue di un demonio.»

L’Assassino sorrise. «Perché mi stai dicendo queste cose, Maryam? Non vuoi che vada ad ucciderlo?», le chiese dolcemente. Poi avvicinò le labbra al suo orecchio e aggiunse sottovoce: «Hai paura che non torni?»

La donna si sentì andare a fuoco la faccia, balbettò qualche goffa protesta e fece per scostarlo di nuovo da sé, ma Altaïr la strinse e le chiuse la bocca con un bacio. Maria finì per circondargli il collo con le braccia e per ricambiarlo.

«Portami con te», gli disse quando si staccarono per riprendere fiato.

«Non se ne parla», rispose lui.

«Lo sai che posso difendermi da sola. Non ti sarò di peso. E non ho intenzione di tradirti. Credi che ti tradirei?»

«No, non lo credo. Ma non riusciresti a tenere il mio passo. Non sei allenata a fare quel che faccio io. Moriremmo tutti e due.»

Maria lo allontanò con un gesto brusco. «Sono venuta con te perché hai detto che mi avresti permesso di ritrovare Bouchart.»

«Bouchart», sottolineò Altaïr. «Non Moloch il Toro.»

Maria si voltò e rimase qualche istante in silenzio. «E va bene», si arrese infine, fissando il pavimento. «Vorrà dire che ti aspetterò.»

Altaïr l’abbracciò da dietro e la baciò sul collo, facendola rabbrividire al contatto con le sue labbra morbide e la sua ruvida barba. «Era qui? Il punto che ti piaceva» mormorò l’Assassino con aria divertita. Scese più in basso, fino quasi al tendine che univa il collo alla spalla, e diede un piccolo morso delicato, accompagnato da una rapida carezza con la lingua. Maria dischiuse le labbra ma trattenne il gemito, che uscì come un sospiro soffocato. «Ah, eccolo», concluse Altaïr, soddisfatto. Maria si voltò verso di lui e gli diede una spinta. «Vattene, bastardo», disse, trattenendo una risata.

«Per ora faccio solo un giro di ricognizione. Torno presto», la rassicurò lui. Le diede un altro bacio sulla guancia e scese.

Maria approfittò del momento di tranquillità per rilassarsi. Si sedette sul bordo del letto ed estrasse dal fodero la spada che aveva sottratto alla guardia morta. La studiò con calma, disapprovando il modo in cui era stata trattata dal suo precedente padrone. La lama era rovinata e si vedeva che non era stata oggetto di una manutenzione accurata e costante. Maria decise che appena possibile si sarebbe procurata un’arma migliore, ma che nel frattempo si sarebbe dedicata a pulire quella che aveva.

Era ancora impegnata in questa operazione quando riapparve Eiréne portando un grande recipiente di terracotta, appoggiato sulla testa con solo una piccola forma rotonda in vimini a fare da cuscino. Il contenuto del recipiente fumava, e quando Eiréne lo posò a terra Maria vide che si trattava di acqua bollente. Liberatasi dal peso, Eiréne trascinò vicino al letto una tinozza in legno cerchiata di ferro, che Maria non aveva mai notato fino a quel momento perché era rimasta in un angolo, mezza nascosta da una delle tende. Sembrava piuttosto pesante, ma Eiréne non le permise in alcun modo di aiutarla, respingendola con fermezza e qualche parola in greco. Maria intuì che la padrona di casa aveva intenzione di farle fare un bagno. La prospettiva appariva ottima, anche se le dispiaceva e la imbarazzava vagamente vederla faticare in questo modo per lei. Era sempre stata abituata a fare le cose da sola.

«Chìlia efcharistò», disse, mentre Eiréne versava l’acqua nella tinozza. Era una delle pochissime espressioni in greco che Maria aveva imparato nel suo viaggio verso la Terra Santa, anni prima. Eiréne alzò il viso e sorrise, apprezzando lo sforzo.

Ci vollero altri due viaggi su e giù dalle scale con il recipiente di terracotta, prima che la tinozza fosse piena. Poi Eiréne si avvicinò a Maria e fece per aiutarla a spogliarsi, ma questa volta lei rifiutò in modo deciso ed a gesti le fece intendere che preferiva arrangiarsi. La padrona di casa sembrò contrariata, ma alla fine si arrese e scese di nuovo le scale, non prima di averle lasciato un piccolo pettine d’osso su un mobiletto di legno vicino al letto.

Maria tirò la tenda, si tolse vestiti logori, sciolse i capelli ed entrò nell’acqua, la cui temperatura nel frattempo era passata da bollente a piacevolmente calda. Le parve di essere volata direttamente in paradiso. Rimase immobile per un po’, godendosi la carezza avvolgente del liquido sulla pelle, poi diede un’occhiata alle contusioni che aveva collezionato negli ultimi giorni. Con tutto quel che aveva passato, si considerò fortunata a non avere subito più che qualche semplice botta qui e là. Le faceva ancora male solo la ferita alla testa che le aveva procurato il lancio di sassi contro di lei, a Limassol. Ma anche in quel caso avrebbe potuto andarle molto peggio – avrebbe potuto finire lapidata o linciata, per esempio. Comunque, già che c’era ne approfittò per lenire il fastidio e per pulire di nuovo il taglio immergendo la testa sott’acqua. Da lì, il soffitto le appariva come se fosse tutto fluido e in movimento. Ricordò che anche ad Acri le piaceva immergersi e trattenere il fiato il più a lungo possibile, quando riusciva a procurarsi un bagno che non fosse nell’acqua marina. Cercò di scacciare questi pensieri, perché ricordare Acri significava ricordare Robert e i suoi uomini morti per mano degli Assassini, e quindi ricordare a se stessa che adesso non era altro che una traditrice.

Maria riemerse e rimase di nuovo immobile nell’acqua, assalita da una strana depressione, più superficiale e pigra che profonda e sincera. Non riusciva a stabilire con esattezza quale fosse stato il momento in cui aveva tradito il suo Ordine per amore dell’Assassino: forse sulla nave dei pirati, quando invece di respingerlo aveva ricambiato il suo bacio. Oppure di fronte alla porta di Kyrenia, quando era arrivata ad uccidere per proteggerlo. In ogni caso, soffermandosi a chiedere a se stessa se l’avrebbe rifatto o meno, la risposta era sempre “sì”: quindi, in definitiva, non poteva nemmeno contare sul beneficio del rimorso.

Quando infine si scosse da queste cupe riflessioni, si accorse che era rimasta a mollo molto più del dovuto e che l’acqua era ormai fredda. Si alzò e reindossò la tunica sopra la pelle bagnata, poi prese il pettine e iniziò a districare i capelli fradici, che in quei giorni avevano avuto tempo e modo di annodarsi nonostante fossero rimasti sempre legati.

Ad un tratto sentì la porta del piano terra cigolare e richiudersi, poi riconobbe la voce di Altaïr che scambiava qualche parola con Markos e i suoi passi discreti sulla scaletta di legno.

Invece di affrettarsi a rimettersi anche i calzoni, Maria decise che si sarebbe divertita a provocarlo e ad osservare la sua reazione; quindi fece finta di niente e continuò a pettinarsi come se non si fosse accorta del suo arrivo, dando le spalle all’entrata.

«Maryam» la chiamò Altaïr scostando la tenda. «Credo di avere individuato un covo dei seguaci del Toro a…»

La frase cadde in un silenzio più espressivo di qualunque parola. Maria dovette lottare con tutte le sue forze per non scoppiare a ridere. Si impose un contegno e chiese, senza voltarsi: «Dove?»

«A Kyrenia… intendevo», rispose lui a mezza voce.

«Grandioso. Ma qualcosa non va?», domandò Maria sciogliendo un piccolo nodo all’estremità di una ciocca. «Ti sento un po’ strano.»

«No», disse l’Assassino, e deglutì. «È solo che non ti avevo mai vista con… i capelli sciolti», aggiunse, con il tono di chi non sta guardando solo una bella chioma femminile.

Maria fece molta fatica a trattenersi di nuovo dal ridere. Si voltò verso di lui e disse: «Penso che li taglierò. Sono solo una noia. È stato Robert a chiedermi di lasciarli crescere, ma ora lui è morto.»

L’espressione di Altaïr si indurì all’istante. «Davvero un ordine tipico di un superiore ad un ufficiale di grado inferiore», sbottò.

Maria si sentì un po’ in colpa, però la sua gelosia le dava un inconfessabile piacere. E in fin dei conti era giusto che Altaïr sapesse certe cose. «è chiaro che non si trattava di una richiesta fatta in veste di mio superiore.»

L’Assassino strinse le mascelle. «Mi avevi detto che non eri la sua donna.»

«Non lo ero. Il fatto che l’abbia lasciato entrare nel mio letto un paio di volte, non faceva di me la sua donna.»

Altaïr ebbe un moto d’ira e si contenne a fatica. «Sta’ zitta. Non mi interessa», disse aspramente.

Maria gli si avvicinò e sorrise con un misto di tristezza e di tenerezza. «Che cosa c’è? Temi la concorrenza di un uomo morto?», chiese. «O forse mi pensavi intoccata? Avresti voluto essere tu a cogliere il mio fiore?»

Altaïr rimase in silenzio per qualche momento, e quando rispose ogni traccia di risentimento era scomparsa. «Non ho il diritto di pretendere nulla, da te.»

Di fronte a questa resa incondizionata, Maria si sentì travolta da un’ondata d’amore per lui e contemporaneamente dal senso di colpa per il piccolo divertimento che si era voluta prendere a sue spese. Lo abbracciò e lo baciò, premendo i propri seni contro il suo petto per fargli intendere la sua completa disponibilità nei suoi confronti. Anche lui la strinse tra le braccia e ricambiò il bacio.

«Non so se ti farà stare meglio o peggio», mormorò poi Maria, senza guardarlo negli occhi. «In ogni caso credo sia giusto che tu ne sia informato. Non è stato nemmeno Robert. Prima che partissi per la Terra Santa sono stata sposata.»

«Tu? Sposata?»

«Ora non più. Tutte le ragazzine devono sposarsi, ad una certa età. Non sarebbe così odioso, se si potesse avere una briciola di voce in capitolo sul futuro sposo. Dipende dalla fortuna che hai. Ad alcune forse sarà capitato il miglior marito del mondo, a molte capitano le merde umane. Io appartengo alla seconda categoria. Il figlio di puttana aveva delle mani enormi. Quando mi colpiva prendeva tutta la faccia. Mi ha ripudiata non più di un paio di lune dopo il matrimonio. Gliene sono grata. Gli sono grata anche di non avermi lasciato un suo sgorbio nella pancia». Maria rise amaramente. «Davvero non sono il fiore fresco che credevi, Assassino. Adesso che hai un’idea più precisa delle mani per cui sono passata, sei ancora convinto della tua scelta?»

«Non mi interessa sapere per che mani sei passata. Adesso sei nelle mie», ripose Altaïr. «Ti farò dimenticare quell’uomo. E anche il nome di de Sable».

«Presuntuoso», replicò Maria ridendo e calandogli il cappuccio dal capo per scoprire i capelli e vedere meglio i suoi occhi. Altaïr le chiuse la bocca con un altro bacio, questa volta meno gentile e più profondo. La sua lingua si insinuò ad incontrare quella di Maria, che l’accolse senza riserve. Le mani di lui scorrevano sulla stoffa della tunica umida e in gran parte aderente alla pelle della donna, dalla schiena ai fianchi e al sedere solo in parte coperto dal leggero indumento. Le dita di Altaïr ne presero l’orlo e l’alzarono per sfilarle la tunica di dosso. Maria lo lasciò fare, e in un attimo fu nuda di fronte a lui. Non provò nemmeno una punta d’imbarazzo, nonostante sentisse il suo sguardo su di sé concreto e tangibile quasi quanto una carezza. Lasciò che la guardasse per qualche istante, ma quando fece per stringerla a sé si ritrasse. «Anche io voglio vederti», disse con un sorriso malizioso.

«Temo che sarà un’operazione piuttosto lunga», disse Altaïr rassegnato, ed iniziò sganciando la cinghia sul petto che tratteneva il fodero della lama corta sulla schiena.

«Non è un problema. Abbiamo tempo» replicò Maria divertita, dandogli una mano con il cinturone e le fibbie dei parabraccia di cuoio. Ogni volta che l’Assassino si liberava di qualcosa Maria gli concedeva la piccola ricompensa di un bacio o di una carezza, il che non lo aiutava di certo a concentrarsi sulle cinghie da slacciare e sulle fasce da sciogliere. Ad un certo punto sembrò farsi vincere dall’impazienza e la baciò prendendole i seni nelle mani, così Maria dovette respingerlo con più decisione.

«Ma voi Assassini avete forse paura di soffrire il freddo?», chiese ridendo quando, tolta la lunga tunica bianca, ne scoprì un’altra grigia e corta sotto.

«Sono entrambe leggere. E poi Masyaf è sulle montagne. D’inverno è sempre tutto coperto di neve», rispose Altaïr togliendo anche la seconda tunica.

«Dev’essere bella, Masyaf.»

«Lo è.»

«Mi piacerebbe vederla.»

Maria si avvicinò a lui e fece scorrere la mano sui suoi pettorali. Il suo corpo era solido e i muscoli erano quelli turgidi e sviluppati di un atleta, ma l’impressione era più di agilità che di imponenza. Ovunque la pelle era segnata da vecchie cicatrici che andavano dai piccoli tagli agli sfregi lasciati da gravi ferite. Maria ne percorse alcune con le dita. Seguì con le labbra il percorso di una che attraversava in obliquo la clavicola destra e arrivava fino allo sterno. Poi risalì in verticale, stavolta segnando il proprio tracciato con la lingua, fino al collo e all’orecchio, di cui prese tra le labbra il lobo e lo succhiò dolcemente. Sentì il respiro di lui accelerare.

«Dov’è il punto che piace a te, Assassino?» gli sussurrò, direttamente sul timpano. Con la mano gli accarezzò una coscia e salì a coprire con delicatezza il visibile rigonfiamento tra le gambe. Accennò ad un massaggio circolare, ma subito Altaïr scacciò la sua mano.

«Non così», esalò. La prese tra le braccia, la spinse indietro e la piegò sul letto, ma prima di distendersi su di lei si tolse rapidamente i calzoni. La sua erezione finalmente libera si innalzò prepotente tra le gambe robuste, in mezzo a un cespuglio di peli neri.

Maria aprì le gambe e gli tese le braccia. «Vieni qui», gli disse sorridendo. Altaïr si stese sopra di lei e ricominciò a baciarla sulle labbra e sul collo. Maria si aspettava che la penetrasse immediatamente, invece scese a baciarle i seni e il ventre. Prese un capezzolo tra le labbra e l’altro tra le dita, stimolandoli insieme, e Maria dovette chiudersi la bocca con le mani per reprimere i gemiti che rischiavano di uscirle.

«Non farlo. Voglio sentire la tua voce», disse Altaïr.

«Non credo che Eiréne e Markos sarebbero della stessa opinione.»

«Va bene. Vorrà dire che ti ci costringerò.»

L’Assassino scese ancora tra le gambe divaricate di lei e le aprì le grandi labbra con due dita per accarezzare la carne sensibile al di sotto. Il tocco dei suoi polpastrelli era caldo e gentile. Maria mise la propria mano sopra la sua per guidarlo nella zona di maggior piacere. «Un po’ più forte», lo incoraggiò. Trovati il punto e il ritmo giusti, Altaïr si chinò su di lei e le prese il clitoride tra le labbra, succhiandolo e leccandolo delicatamente. Maria dovette di nuovo lottare per non gridare, ma le uscì comunque una serie di gemiti soffocati nel fondo della gola. Nessun uomo aveva posto tanta attenzione alla sua soddisfazione, fino a quel momento. Non aveva niente a che vedere nemmeno con il piacere che si era data a volte quando era stata sola nel suo letto ad Acri, sentendosi in colpa e sbagliata. Questo era giusto, e nulla contava il fatto che sia lui che lei, ognuno a proprio modo, fossero entrambi dei traditori e dei bugiardi.

Ad un certo punto Altaïr smise il massaggio superficiale e la penetrò con due dita, senza interrompere la stimolazione sul clitoride. Le dita entrarono, uscirono e rientrarono con ferma delicatezza e Maria emise un lungo mugolio di approvazione.

«Ti piace?», le chiese Altaïr alzando la testa a guardarla.

«Sì», rispose semplicemente Maria. «Ma non sono le tue dita ciò che voglio dentro di me.»

Altaïr sorrise e risalì su di lei, che lo accolse prontamente tra le proprie braccia. L’Assassino guidò la propria erezione contro l’entrata della sua vagina, così aperta dal desiderio che occorse appena una dolce spinta per penetrarla completamente. Stavolta Maria non poté impedirsi di gridare, poi lo baciò sulla guancia ruvida e sull’orecchio.

Altaïr impose loro un ritmo lento e rilassato e Maria lo assecondò col movimento dei fianchi: il loro amplesso era fluido come la risacca del mare sulla spiaggia di Kyrenia. Ad ogni pressione delle reni di lui contro il ventre di Maria, quest’ultima avvertiva un’onda calda di piacere sempre più forte e non riusciva ad evitare di emettere dei gemiti che dovevano essere perfettamente udibili al piano inferiore. L’orgasmo la travolse all’improvviso, come una tempesta. «Altaïr!» gridò, stringendolo a sé sia con le braccia che con le gambe. «Altaïr, Altaïr…»

Nello stesso momento per la prima volta anche lui si lasciò sfuggire un gemito strozzato e Maria sentì il suo seme caldo riversarlesi nel ventre. Giacquero l’uno sopra l’altra ansimando, il volto di lui premuto contro la spalla e il collo di lei e il membro pulsante che lentamente si rilassava dentro la sua vagina. Maria gli posò un bacio sulla tempia bagnata di sudore e gli accarezzò i capelli.

Dopo qualche secondo, Altaïr alzò la testa e la baciò dolcemente. «è la prima volta che mi chiami per nome», disse poi. «E lo hai fatto mentre godevi. Suonava bene.»

«Non so perché non l’ho mai usato. È un bel nome», disse Maria, e lo baciò a sua volta «Tu invece anche mentre fai l’amore sei silenzioso come… un Assassino.»

«Ti dispiace?»

«Un po’. Anche a me piacerebbe sentire la tua voce.»

«Scusa. Dev’essere l’abitudine a non fare rumore.»

«Ma riuscirò a conquistarla.»

Altaïr sorrise con aria maliziosa. «Non vedo l’ora.»
:iconjael-kolken:
Sorry, Italian only! For me it's too hard and too long to translate this fanfic in English! :(
If you want to try and read it anyway, you can use google translator: [link]
If someone is interested in translating it, I will be super happy to help him! :) :heart:

Capitolo II
Capitolo IV

Yeeee sono riuscita a finire anche il capitolo 3! Cheffaticahhhh X°D
La cosa che mi porta via più tempo è la documentazione! O__O In certi punti scrivevo due parole e subito dovevo correre a documentarmi. In altri, tipo verso la fine, no. Però verso la fine ero un po' bloccata lo stesso... per motivi diversi.... X°DDDDD LOL
Beh dai alla fine anche questo capitolo è andato. Peccato che stiamo ancora tipo neanche a metà della fic. *si suicida*
Spero vi piaccia! ^_____^
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:iconelkade:
Ma... ma ma ma... non si scrivon 'ste cose... in quel modo! Metti a rischio infarto + epistassi metà dei tuoi lettori, e non dico a cosa va incontro l'altra metà! XD
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jul 8, 2011  Professional Digital Artist
In realtà fa parte di un piano segreto per l'incremento delle nascite, bwahahahahahaha :evillaugh:
No non è vero. Volevo solo che la scena fosse esplicita, sì. ùçù
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:iconelkade:
... ritengo più probabile la prima ipotesi! *nosebleed*
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:iconemo-shinigami:
Quando si dice fangasm... un fangasm è poco per questa tua fanfic! Ho ancora il sangue al naso X°D
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 14, 2011  Professional Digital Artist
LOL
Felice che ti sia piaciuta XD
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:iconmakiyukishiro:
OMG I need to learn Italian right now! this is awesome.
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:icontiki83:
Evvai, terza parte sei arrivata! :3
Bellissima e si legge tutta d'un fiato fino alla fine, ma...non si possono leggere ste cose all'una di notte!!!
... e chi dorme ora?

P.S.
Sarò la tua stalker. :)
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken May 2, 2011  Professional Digital Artist
XDDDDD Addirittura? Non pensavo che la mia ficci potesse tenere svegli la notte!XDDDD Grazie mille!^_____^ Sono contentissima che ti piaccia. Ci tengo molto, a questa fic! :glomp:
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:iconlightshine95:
*lightshine95 Apr 28, 2011  Student Traditional Artist
Non posso vederlo =_____________='''
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Apr 28, 2011  Professional Digital Artist
Ecco qui: [link]
Sarebbe vietato ai minori di 18, sei avvertita!^__^
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