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June 4, 2011
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(Contains: violence/gore and strong language)
«Ne hai così tante».

Maria passò ancora una volta la mano sul torace di Altaïr, seguendo il percorso di alcune cicatrici con le dita. Tutto il suo corpo ne era marchiato: tra quelle grandi e quelle piccole, se ne perdeva il conto.

«Anche tu», replicò lui, baciandole la spalla destra segnata da un vecchio taglio.

«Le trovi brutte, vero?»

«Ognuna di esse è una lezione imparata.»

Maria sorrise: Altaïr aveva la capacità dire la cosa giusta al momento giusto. Gli prese la mano sinistra e se la portò alle labbra per baciare il moncherino dell’anulare reciso. «Anche questa è una lezione imparata?»

«Certo.»

«E quale?»

«Che non puoi arrogarti il diritto di togliere la vita agli altri, se non sei disposto a sacrificare nemmeno una parte così piccola e insignificante di te stesso.»

Maria gli posò un bacio sulle labbra. «è una bella lezione», commentò a bassa voce. Poi appoggiò la testa al suo petto e scivolò pian piano in un sonno superficiale, cullata dalla carezza le dita di lui tra i capelli e dal suono sommesso del suo respiro.

Si svegliò qualche ora dopo, avvertendo il movimento con cui Altaïr si sfilò delicatamente dal suo abbraccio. Era ormai notte fonda, e la stanza era immersa nel buio.

Per un po’ Maria rimase distesa ad ascoltare i lievi rumori che faceva Altaïr rivestendosi e a guardare la sua sagoma muoversi nell’oscurità. Infine si decise ad alzarsi a sua volta.

«Mi spiace di averti svegliata», disse l’Assassino vedendola muoversi. «Torna a dormire. Sarò di ritorno domani mattina.»

«Non ho più sonno», rispose laconicamente lei, ed iniziò a rivestirsi a sua volta.

Ci fu un momento di silenzio: Maria sapeva che Altaïr aveva subito afferrato cosa intendesse fare. «Credevo che ne avessimo già parlato, habeebti», disse l’Assassino, il tono dolce ma contrariato.

«Non stai andando a Kantara, giusto?», replicò Maria. «Dicevi di aver trovato un covo di seguaci del Toro a Kyrenia. È lì che stai andando. Verrò anche io, e ti sarò sicuramente utile.»

Altaïr emise un sospiro spazientito e riprese ad allacciarsi gli stivali. «La prossima mi morderò la lingua, prima di dirti ancora qualcosa.»

Maria ridacchiò, stringendosi in vita la cintura sopra la tunica e appendendovi la spada. Si legò nuovamente i capelli in modo che non la infastidissero, optando per una semplice coda al posto della solita treccia. Fu pronta ad uscire molto prima dell’Assassino e lo precedette sulla strada, dopo aver percorso il piano terra cercando di fare il minore rumore possibile per non svegliare Eiréne e Markos.

Nonostante avessero a disposizione quasi soltanto la luce lunare, Altaïr la condusse con grande sicurezza verso la parte nord di Kyrenia. Per tutto il tempo non disse una parola. Maria non riusciva a capire se fosse contrariato per la sua iniziativa o solo concentrato nel ritrovare la direzione giusta da prendere. In ogni caso, decise di aspettare che fosse lui a interrompere il silenzio.

La città di notte appariva perfino più spettrale. L’assenza di luci e rumori la faceva sembrare disabitata, e i panni stesi sui cavi alle finestre si muovevano piano nella brezza, come fantasmi.

Erano ormai vicini alla parte settentrionale della cerchia di mura. Dalla stretta strada che stavano percorrendo Maria poteva intravedere il basso campanile di una chiesetta al di sopra dei tetti di legno delle piccole abitazioni che la circondavano. Prima di accedere alla piazza di fronte all’edificio, però, Altaïr si fermò al riparo del muro di una casa e le fece cenno di imitarlo.

«Ci siamo», disse. «A quanto pare, il loro maestro e i suoi diretti sottoposti si riuniscono in quella chiesa».

«Il Toro?», chiese Maria con un brivido.

«No. È un suo luogotenente. Spero che possa darmi le informazioni di cui ho bisogno, se adeguatamente persuaso.»

Maria si affacciò per dare un’occhiata alla chiesetta. Da quel che riusciva a vedere, era una vecchia costruzione in mattoni risalente ad almeno un secolo prima. Dietro il tetto a spioventi si innalzava la mole del campanile, un solido parallelepipedo con appena una finestrella per ogni piano ed una bifora a quello più alto. Gli unici elementi che movimentavano la piatta facciata della chiesetta erano due minuscole bifore sovrapposte, e sotto di esse un protiro appena accennato, sostenuto da un paio di tozze colonnine di pietra. Sotto il protiro Maria vide muoversi alcune sagome oscure e le parve anche di udire le loro voci, nonostante parlassero a bassissima voce.

«Sono sei… no, sette», contò la donna.

«Avrei preferito mantenere l’effetto sorpresa fino all’ultimo», disse Altaïr. «Ma sette sono troppi da eliminare silenziosamente, anche se siamo in due.»

«Aspetta», disse Maria. «C’è una porta sul transetto? Forse ci saranno meno sentinelle a guardare quel lato. Facciamo il giro e vediamo.»

Ritornarono sui loro passi per un breve tratto, poi percorsero gli angusti spazi che a tratti si aprivano tra le casupole per tagliare e fare il giro largo della chiesetta. Quando ebbero una discreta visuale sulla parte esterna del transetto si fermarono e si ripararono dietro al muro di recinzione di un piccolo orto. Da quel lato c’era effettivamente un’altra entrata costituita da una porta lignea sotto un arco a tutto sesto. Anche qui intravidero delle figure oscure sotto i raggi lunari.

«Quattro», annunciò Maria, trionfante. «Io prendo quelli a destra.»

Altaïr tolse uno dei suoi pugnali dal fodero appeso al cinturone e glielo mise in mano. «Se non vuoi farti notare, questo è più indicato», disse. Il metallo che costituiva l’estremità inferiore dell’elsa era stato lavorato in modo da ricordare vagamente l’ala di un uccello, e la lama ricurva scintillava alla luce fredda della luna.

Maria diede un rapido bacio sulle labbra ad Altaïr e corse verso destra, mentre l’Assassino si allontanava verso sinistra. Quando si trovò in una posizione fuori dal raggio di visuale dei guardiani, Maria iniziò ad avanzare nella piccola piazza, cercando di strisciare nelle ombre buie proiettate dalla chiesa e di fare meno rumore possibile. Non si sentiva davvero preoccupata di venire scoperta, perché era sicura che avrebbe potuto mantenere il controllo della situazione anche in uno scontro aperto; quel che le premeva, però, era dimostrare ad Altaïr che poteva essergli utile, anzi indispensabile, pur non essendo allenata a fare le stesse cose che faceva lui.

Una volta avvicinatasi di soppiatto ai quattro guardiani dell’entrata poté inquadrare meglio il loro aspetto. Somigliavano agli adepti del Toro che aveva visto ad Acri: portavano sul capo dei turbanti e indossavano ampi pantaloni stretti alle caviglie con dei lacci, ma sia il torso che i piedi erano nudi. Mentre raggiungeva il primo alle spalle, intravide Altaïr che faceva la stessa cosa dal lato opposto. Piantarono le loro lame nella schiena delle loro prede quasi contemporaneamente. Le due guardie rimaste si voltarono all’ultimo istante, ma probabilmente non ebbero nemmeno il tempo di realizzare l’accaduto prima che la loro gola venisse tranciata di netto. Il guardiano colpito per primo da Maria era ancora vivo ed emise quello che sembrava un misto di lamenti e di richieste di aiuto, ma non riuscì ad alzare abbastanza la voce prima che la donna lo finisse aprendogli la carotide.

«Un buon inizio», sussurrò Altaïr. «Colpisci più a fondo, la prossima volta».

«La vogliamo piantare con queste lezioni spicciole?», disse Maria, fingendosi infastidita. In realtà avvertiva l’approvazione di lui e le faceva piacere.

La porta era chiusa a chiave, ma bastò una rapida ispezione sui corpi delle loro vittime per trovare una copia della chiave. Entrarono silenziosamente nella chiesa e si nascosero ognuno dietro ad un pilastro. Le candele lungo la navata centrale erano accese e rischiaravano debolmente l’interno, che appariva deserto. Dietro all’iconostasi lignea altre due sentinelle vigilavano sull’accesso alle scale che conducevano alla cripta, da cui proveniva una luce molto più forte insieme a delle voci. Maria capì che la riunione non si stava tenendo propriamente nella chiesa, ma al suo livello inferiore. Questa volta lei ed Altaïr non ebbero neppure bisogno di accordarsi: si mossero all’unisono, aggredendo i due guardiani ai lati e uccidendoli senza che potessero emettere nemmeno un gemito.

Scesero piano le scalette in pietra. La cripta era angusta, rischiarata da sei o sette torce appese alle pareti dipinte e da decine di candele accese: una luminosità così in contrasto con la semi-oscurità della chiesa, che gli occhi di Maria impiegarono qualche secondo per adattarsi al cambiamento. L’ambiente, sovrastato da un basso soffitto sorretto da pilastri completamente ricoperti da affreschi con figure di santi dagli occhi spalancati, accoglieva una dozzina di uomini del Toro. Il loro abbigliamento non differiva molto da quello delle sentinelle, anche se alcuni di loro indossavano anche un gilè di pelle dipinta sul torace nudo. Tutti quanti avevano una croce greca tatuata sul collo e si rivolgevano verso l’altare, dalla parte opposta alle scale, da cui il loro maestro sembrava tenere un sermone in una lingua sconosciuta, nel mezzo dei fumi densi delle torce che rarefacevano l’aria respirabile e bruciavano gli occhi. Il suo turbante era di un arancione acceso, a differenza di quello dei suoi sottoposti che era immancabilmente bianco; la barba nera era divisa in due grosse ciocche strette in quattro anelli d’oro. Era a torso nudo e, oltre alla croce sul collo, ne aveva un’altra, molto più grande ed elaborata, tatuata dalla base del collo alla sommità degli addominali e che col suo braccio orizzontale gli copriva quasi interamente i pettorali. Essendo voltato verso l’entrata della cripta, fu il primo ad accorgersi della presenza dei due intrusi e puntò l’indice contro di loro urlando qualcosa nella stessa lingua che stava usando per il sermone; non fece in tempo però ad evitare che Altaïr e Maria eliminassero all’istante altri due dei suoi discepoli. Maria estrasse la spada appena in tempo per bloccare l’attacco di un altro, armato di scimitarra, deviarlo e trafiggere l’avversario da parte a parte. Subito dovette piegarsi per schivare un attacco laterale, ruotò su se stessa e la sua spada colpì le gambe del nemico, spezzandogliele. Una volta a terra, lo finì piantandogli la punta della lama nello stomaco. Passò all’attacco, aggredendo un altro adepto del Toro con una bordata di colpi finché non riuscì a penetrare la sua difesa, falciandolo tra la spalla e il collo e trapassandolo. Si liberò facilmente del successivo, bloccando il suo fendente e colpendolo al fianco. Con la coda dell’occhio vide che si erano aggiunte allo scontro anche le sentinelle che fino  a quel momento avevano guardato l’entrata della chiesa, evidentemente attirate dal rumore. Non riuscirono nemmeno a superare le scalette della cripta, perché Altaïr li bloccò su di esse e li falciò uno dopo l’altro come spighe di grano, mentre Maria era impegnata a tenere a bada quelli all’interno. Due avversari la attaccarono da entrambi i lati, ma la donna riuscì a intercettare con la propria spada il fendente dell’uno e nello stesso momento a piantare il pugnale nel petto dell’altro. Con un calcio alla parte posteriore delle ginocchia del primo lo fece crollare in ginocchio e gli immerse la spada dal lato destro del collo a quello sinistro della cassa toracica. La estrasse appena in tempo per bloccare l’assalto del maestro degli adepti: il suo colpo fu così potente che Maria sentì le vibrazioni propagarsi dalla spada al proprio braccio. L’uomo fece forza con una potenza muscolare inaspettata e spaventosa. In mezzo al fumo delle torce e al rosso del sangue, la sua espressione stravolta dall’ira e i suoi occhi rossi fuori dalle orbite sembravano quelli di un demone appena emerso dal più profondo degli inferni. Mentre cercava di sfondare la difesa di Maria, urlava maledizioni arcane in una lingua ignota. Lei gli sferrò un calcio nello stomaco per liberarsi della sua pressione e lo mandò a sbattere la schiena contro l’altare, ma il maestro si riprese con inaspettata rapidità e l’aggredì di nuovo, sferrandole un colpo laterale. Stavolta la spada volò via dalla mano della donna, mentre lei stramazzava a terra sotto la spinta del terribile urto. Subito passò il pugnale dalla mano sinistra a quella destra, preparandosi all’ultima difesa; ma il fendente che avrebbe dovuto finirla non andò a segno, perché Altaïr si contrappose e respinse l’attacco.

«Meglio tardi che mai», commentò Maria non senza un certo sollievo, rimettendosi in piedi.

L’Assassino bloccò ancora la spada del maestro degli adepti e subito gli menò un pugno al ventre e uno al volto in rapida successione. L’uomo crollò a terra col naso fratturato che grondava sangue. Prima che potesse riprendersi, l’Assassino lo trascinò addosso a uno dei pilastri della cripta e Maria lo legò ad esso, seduto a terra con le braccia all’indietro, aderenti ai lati del pilastro.

«Mi serve che abbia le mani esposte», disse Altaïr, aiutandola a stringere i nodi. «Così. Perfetto».

L’uomo sghignazzò e poi iniziò a ridere istericamente, scaricando loro addosso una marea di parole nella sua lingua che potevano essere insulti, scherni o maledizioni. Le intercalava con altre in un arabo stentato, le uniche che Maria potesse afferrare. «Ammazzare me! Non paura! Ammazzare! Figli di cagna!»

«Non sta scherzando», disse Maria. «Te l’avevo detto. Questi qui vivono per uccidere e poi morire senza un attimo di esitazione.»

«Anche noi», rispose Altaïr indirizzandole un mezzo sorriso. Poi aggiunse: «Si può non temere la morte. Ma la tortura spezza tutti indistintamente».

Finì di stringere la corda e si rivolse al suo prigioniero, parlando con estrema lentezza in modo che potesse comprendere. «Mi servono delle risposte. Se non me le darai, rifarò le mie domande quante volte vorrai. Ogni volta, una parte del tuo corpo salterà via. Hai capito tutto quello che ho detto?»

Il maestro degli adepti gli sputò in faccia un misto di saliva e sangue. Senza scomporsi, l’Assassino si ripulì col dorso della mano ed estrasse due pugnali dai foderi sul cinturone. Fece scorrere una lama sull’altra, come per affilarle; lo stridio che se ne generò fece venire la pelle d’oca a Maria.

«Avete preparato degli agguati sulla strada per Kantara», disse Altaïr. «Mi serve conoscerne il numero e le posizioni.»

Il prigioniero ricominciò ad emettere quella sua risata gracchiante. «Paura, Hasisiyun?», urlò. «Tanta paura di croce, sì!»

Altaïr calò la lama di uno dei pugnali sulla sua mano destra e tranciò il pollice con un colpo deciso, come quelli che i macellai danno alle porzioni di carne sui loro banchi. Il maestro degli adepti gridò di dolore. Il sangue zampillò dal moncherino in uno spruzzo rosso e vivace, formando una piccola pozza sul pavimento, al cui centro giacque il dito mozzato.

«Gli agguati. Numero e posizioni», ripeté l’Assassino, senza la benché minima traccia di risentimento o impazienza nella voce o nell’espressione del volto.

L’altro impiegò un paio di secondi a riprendersi; poi ricominciò a ridere, anche se in modo più forzato. «Male come zanzara, Hasisiyun!» urlò, testardo.

Anche l’indice saltò, accompagnato da un altro ululato di sofferenza e da un altro getto di liquido scarlatto. La pozzanghera sul pavimento si allargava velocemente.

«Gli agguati», disse ancora Altaïr. «Dimmi numero e posizioni.»

Questa volta il prigioniero non rispose: rise soltanto, una risata isterica e innaturale che a Maria mise i brividi. Altaïr attese una manciata di secondi, poi si rialzò in piedi, estrasse la spada e diede un colpo sul polso della sua vittima, tagliando la carne e spezzando l’osso. Il sangue scorse copioso sul pavimento di pietra. La mano cadde a terra, seguita dagli strilli di dolore del prigioniero. Erano così acuti che non sembravano neanche umani. L’uomo sbatté le gambe e cercò inutilmente di divincolarsi, ma presto cominciò ad avvertire gli effetti della perdita di sangue e si accasciò contro il pilastro ansimando e tremando.

«Maryam», disse Altaïr senza guardarla. «Ho bisogno che resti in vita.»

Lei capì al volo, si inginocchiò accanto alla loro vittima, gli fasciò strettamente il polso con un uno straccio ed annodò un pezzo di corda attorno all’avambraccio, arginando l’emorragia.

Si rese conto che fino ad allora non aveva mai davvero conosciuto il lato più freddo e spietato dell’uomo che amava. In quel momento le appariva come un estraneo, e ne aveva quasi paura. Era come affacciarsi sull’orlo di un precipizio pieno di nera tenebra.

«Numero e posizioni degli agguati sulla strada per Kantara», ripeté Altaïr con lo stesso tono neutro di prima.

L’uomo mormorava qualcosa e Maria si accorse che era una specie di cantilena nella sua lingua. L’Assassino allora accostò il pugnale al pollice della mano sinistra del prigioniero, ma a quella vista quest’ultimo si riscosse, il terrore negli occhi spalancati. «Tre», strillò. «Tre, tre, tre. Non fare!»

Altaïr ritirò la lama. «Dove si trovano?»

«Grande gola tra montagne», balbettò l’altro. Poi, con stupore di Maria, riuscì ad emettere un’altra breve risata, vibrante di astio. «Tu passa. Tu muori.»

«In effetti, suona come il posto perfetto per un agguato», commentò Maria, aggiungendo un altro pezzo di tessuto al primo, impregnato di sangue. «Questo passo sarà l’unica strada per Kantara?»

«è molto probabile», disse Altaïr. «In ogni caso, le mie mosse vanno ancora stabilite con precisione. Chiederò conferma a Markos.»

«Intendi Barnabas.»

«No. Intendo Markos», rispose Altaïr, senza fornire ulteriori spiegazioni. Dentro di sé Maria si domandò perché mai l’Assassino intendesse escludere il capo della Resistenza di Kyrenia, ma non espresse i suoi pensieri ad alta voce.

«Quanti uomini?», stava intanto chiedendo Altaïr al prigioniero.

L’uomo aveva ormai un colorito terreo. Ogni tanto si muoveva debolmente, come per cercare di liberarsi dalla stretta delle corde, poi si ributtava all’indietro con la schiena al pilastro. «All’inferno, Hasisiyun, figlio di cane», mormorò in un ultimo tentativo di resistenza. L’Assassino allora gli tranciò il pollice della mano sinistra, facendo scorrere il sangue anche sul pavimento dalla parte opposta del pilastro. Il prigioniero urlò come un animale scannato e tirò le corde fino a farle scricchiolare. «Cinque!» gridò. «E cinque e cinque!»

«Quindici», disse l’Assassino. «La loro posizione è favorevole, ma il loro numero è esiguo.»

«Potrebbe aver mentito», lo avvertì Maria.

«Potrebbe. Ma non credo. E in ogni caso, la cosa va fatta», tagliò corto Altaïr. Poi si rivolse di nuovo al maestro degli adepti: «Immagino che esista un passaggio che permetta l’entrata e l’uscita degli uomini dal castello, per organizzare rapidamente i vostri agguati.»

«No. No passaggio», rispose lui. Poi, nonostante tutto, trovò ancora la forza di sghignazzare. «Vai su per muri, figlio di cane».

Altaïr gli afferrò l’orecchio sinistro e lo mozzò con la facilità con cui avrebbe tagliato un pezzo di tessuto. Il prigioniero gridò di dolore, mentre la guancia, il collo e la barba venivano imbrattati da un nuovo fiotto di sangue. «Mi sono stancato di levarti le dita», disse l’Assassino, gettando via il macabro residuo. «Magari prima di morire potresti provare anche l’esperienza di essere evirato.»

L’uomo si dimenò urlando, in preda al dolore, al terrore e alla rabbia impotente, ma Altaïr lo colpì al volto e lui si quietò all’istante, ansimando. Maria capì che si era finalmente arreso.

«Passaggio», sussurrò l’uomo, allo stremo delle forze. «Sì. Nella gola. Sotto. Pietra grigia, l’insegna». Detto questo, non riuscì più a proseguire. Piegò il capo sulla spalla destra e ansimò tremante e dolorante, lo sguardo perso nel vuoto.

«Altaïr», mormorò Maria. Ma l’Assassino aveva anticipato i suoi pensieri: con la sinistra alzò il mento del prigioniero e con la destra gli tagliò di netto la gola. L’uomo morì all’istante, con una cascata di sangue che gli inondava il petto.

Altaïr si rimise in piedi e offrì la mano a Maria per aiutarla a rialzarsi. «Questo non è un buon posto in cui fermarsi», disse. «Vieni».

Si diressero all’uscita scavalcando cumuli di cadaveri. L’aria fresca e pulita della notte ormai invecchiata assalì Maria come uno schiaffo, per il contrasto con quella rarefatta e impregnata di odore di fumo e sangue all’interno della chiesa. Mentre ritornavano sui loro passi, la donna udì il suono furioso di una campana in lontananza. «L’allarme», disse, mettendosi in allerta.

«Prevedibile», commentò Altaïr. «Una delle sentinelle alla porta sarà corsa al castello ad avvertire della nostra incursione.»

Si addentrarono di nuovo tra i vicoli di Kyrenia, restando alla larga dalle strade principali. Altaïr le permise di fermarsi a riprendere fiato solo quando ritenne che fossero abbastanza lontani dalla chiesa. Maria si appoggiò ad un muro e respirò profondamente. Allungò il pugnale ad Altaïr, voltato dalla parte dell’elsa, ma lui lo rifiutò. «Tienilo, potrebbe servirti ancora», disse. Poi si avvicinò a lei e aggiunse: «Mi dispiace. Non avrei voluto che vedessi… non avrei dovuto portarti con me.»

Maria gli circondò il collo con le braccia e lo baciò su una guancia. Non sapeva quanti altri aspetti di lui le erano ancora sconosciuti, ma decise che li avrebbe accettati tutti senza distinzione e senza esitazione. «Ho già assistito a scene simili. I Crociati non sono più delicati di te», lo rassicurò. Gli diede un altro bacio e aggiunse sorridendo: «E poi l’aquila non è meno bella perché fa a pezzi le sue prede.»

Altaïr sembrò sollevato. Si chinò su di lei, l’abbracciò e la baciò a sua volta sulle labbra, ma in modo molto meno innocente, premendola contro il muro col proprio corpo. «Ho voglia di prenderti di nuovo, qui e ora», le mormorò nell’orecchio quando riemersero per riprendere aria.

Maria rise, ma in realtà anche a lei era bastato quel semplice contatto per riaccendere il desiderio che aveva di lui. «Ti eccita che siamo ricercati dai Templari?»

«No», rispose Altaïr con un sorriso, baciandola sul collo. «Sei tu che mi ecciti.»

Maria pensò alle urla del maestro degli adepti di Kyrenia. Le sembravano già lontanissime, come se appartenessero ad un passato remoto. «Sprofonderemo tutti e due nel jahannam, lo sai?», scherzò.

«Per me va bene», replicò Altaïr, «purché in tua compagnia.»

«Da quando sei diventato un esperto del parlar dolce alle donne? Mi sto quasi preoccupando.»

Risero insieme e si concessero ancora non più di una manciata di secondi, prima di staccarsi l’uno dall’altra e riprendere il cammino per tornare alla casa di Markos. L’alba aveva iniziato a rischiarare l’orizzonte. Ad oriente, dove il cielo gradualmente scolorava dal nero al grigio, grosse nubi si stavano ammassando e di tanto in tanto si udivano tuoni in lontananza. L’aria era pregna dell’odore della pioggia imminente.

Ad un tratto, al rimbombo delle nuvole che si scontravano sull’orizzonte si unirono rumori più vicini e minacciosi di grida, urla di terrore e armi che cozzavano. Maria intravide il chiarore di alcuni incendi accendere il grigio del cielo nella parte est della città.

«Credo che abbiamo provocato il cane che dormiva», commentò la donna, continuando a seguire Altaïr.

«Una reazione era inevitabile.»

«Dobbiamo tornare alla base della Resistenza.»

«Sarebbe inutile. La base della Resistenza era compromessa da molto prima della nostra iniziativa.»

«Non capisco cosa…»

Maria non fece in tempo a terminare la frase, perché in quell’istante comparve di fronte a loro un drappello di soldati. Tentarono di tornare indietro, ma in un attimo vennero completamente circondati e si prepararono allo scontro. Maria schivò il fendente della prima guardia, gli affibbiò una ginocchiata tra le gambe facendolo piegare in due dal dolore e gli tranciò il collo in obliquo fino al petto. Passò in attacco, piegando la difesa di un altro soldato quel che bastava per colpirlo con un manrovescio che lo fece voltare da una parte, e poi trafiggendogli la cassa toracica da parte a parte. L’avversario successivo cercò di approfittarne per colpirla mentre ancora estraeva la lama dal corpo del precedente: Maria gli piantò il pugnale di Altaïr nel petto con la mano sinistra e nello stesso momento liberò la spada, appena in tempo per deviare l’attacco di un altro soldato, spezzargli il braccio che reggeva la spada e finirlo con un colpo mortale alla schiena.

«L’Assassin! Tuez l’Assassin!», gridò il capitano, ma al suo primo tentativo di spezzare la difesa di Altaïr quest’ultimo parò con facilità e lo trafisse dalla pancia alla schiena. Le ultime guardie si diedero alla fuga. Anche Altaïr e Maria si affrettarono a dileguarsi, ma presto restare anonimi divenne un’impresa quasi impossibile. Il castello aveva vomitato fuori drappelli e drappelli di Templari. Maria immaginava che in quel momento la grande massa fosse concentrata dalle parti della chiesa in cui lei e l’Assassino avevano fatto irruzione quella notte, ma anche le altre strade erano percorse da numerose pattuglie. Ne videro diverse assaltare alcune abitazioni e trascinare fuori tutti quelli che vi si trovavano, anche donne e bambini, uccidendone alcuni sul posto e portandone via altri come prigionieri.

«Squadre punitive», ringhiò Maria, la voce piena di disprezzo. «Pescano a strascico e vedono cosa riescono a tirare a bordo. Vedo che Bouchart e i suoi ne fanno largo uso.»

Erano ormai giunti nella zona del porto e le strade pullulavano di Templari. Altaïr e Maria riuscirono per lunghi tratti ad evitare di attirare attenzioni indesiderate percorrendo i vicoli più stretti e meno frequentati, ma in questo modo allungarono di molto il tragitto e quando arrivarono nei pressi della casa di Markos era già mattino pieno. Dal luogo in cui si trovavano avevano una discreta vista della parte frontale del piccolo edificio, ma non poterono avvicinarsi di più perché la strada sulla quale affacciava era letteralmente affollata di soldati. Alcune case vicine avevano già cominciato a bruciare e si sentivano le urla degli abitanti trascinati sulla strada.

«Non è stata una buona idea tornare indietro», disse Altaïr. «Dobbiamo allontanarci da qui.»

«Devi parlare con Markos prima di decidere le prossime mosse.»

«Da quel che vedo, il gioco non vale la candela.»

«Se le cose stanno così la colpa è nostra», replicò Maria, infuriata per l’indifferenza dell’Assassino. «Ci hanno ospitato. Dobbiamo dar loro una mano.»

«Pensare che le mie azioni non avrebbero scatenato delle conseguenze sarebbe stato ingenuo da parte loro. Questa è una zona di guerra», rispose lui. «E poi sono venuto qui per eliminare degli obiettivi precisi, non per difendere i deboli e gli oppressi.»

Maria era sul punto di schiaffeggiarlo, ma proprio in quel momento alcuni soldati fecero irruzione nell’abitazione. Poco dopo uno di loro uscì trascinando Eiréne per i capelli. Nessuna traccia di suo marito. La donna si dibatteva, non piangeva ma urlava in greco quelle che ad orecchio suonavano più come maledizioni che richieste di pietà o di aiuto. Maria fece per correre in suo soccorso, ma Altaïr l’afferrò per un braccio, impedendole di muoversi. «è morta», le disse aspramente. «E lo sarai anche tu se non la smetti di fare la stupida.»

Maria si divincolò e lo allontanò con una spinta, poi uscì dal loro nascondiglio sguainando la spada e tentò di raggiungere Eiréne, ma venne circondata dopo avere compiuto non più di una manciata di passi. Cercò di aprirsi un varco uccidendo rapidamente un paio di avversari, ma nello stesso momento il soldato che teneva Eiréne per i capelli calò il coltello sulla sua gola e gliela aprì da orecchio a orecchio, come un enorme sorriso rosso di morte. Dal taglio stillò una fontana di sangue e il corpo della donna crollò inerme nella polvere.

«No!» gridò Maria, ma subito dovette pensare a difendere se stessa. In quell’istante infatti venne attaccata contemporaneamente su entrambi i lati: riuscì a parare il primo colpo e immediatamente scartò di lato per schivare la seconda stoccata, che invece di colpire lei ferì il primo soldato, il quale piombò con le ginocchia a terra tenendosi le mani premute sul fianco e imprecando in francese. Maria non ebbe però nemmeno il tempo di rimettersi in posizione di guardia, perché un altro cercò di colpirla alla schiena. La donna non realizzò il pericolo corso finché non udì un intenso stridio alle sue spalle, da far rizzare i capelli sulla testa. Si voltò e vide che Altaïr era intervenuto bloccando a mezz’aria il fendente del Templare con la propria spada: in una frazione di secondo l’Assassino ruppe la guardia dell’avversario sferrandogli un calcio tra le gambe e lo finì decapitandolo quasi completamente.

«Ti ucciderò io se non lo faranno i Templari», le disse con rabbia quando si trovarono schiena contro schiena. Maria si morse le labbra e continuò a combattere. Si rendeva conto che il numero dei loro nemici era eccessivo per riuscire a tenerli a bada in due. Entrambi si mantenevano costantemente sulla difesa e cercavano di rimanere uniti per coprirsi a vicenda, falciando i nemici con l’apparente facilità di una danza. Maria sapeva però che presto avrebbero iniziato a sfiancarsi e la loro opposizione agli attacchi sarebbe stata meno efficace.

Ad un tratto, il terrore l’assalì quando sentì l’Assassino emettere un gemito soffocato e con la coda dell’occhio lo vide arretrare per un momento con la mano premuta sulla parte superiore del petto, tra il collo e l’ascella sinistra, dove la veste bianca, già macchiata del sangue dei suoi nemici, iniziava a impregnarsi del suo. «Altaïr!», urlò, in preda all’angoscia. Per un attimo l’ansia di perderlo le fece perdere la concentrazione sulla propria difesa. Rialzò la spada appena in tempo per bloccare e deviare un colpo laterale, ma l’impatto fu troppo violento e la lama si ruppe. Il frammento schizzò via impazzito. Nello stesso momento, un manrovescio le investì la parte destra della faccia come un ciclone, mandandola a stramazzare a terra. L’urto col suolo fu così improvviso e dirompente che per un attimo perse completamente il senso dell’orientamento e le parve di essere stata sbattuta contro un muro. Da qualche parte la voce di Altaïr gridava il suo nome, ma il ronzio nell’orecchio destro era tanto intenso da coprire quasi del tutto gli altri rumori. Il sangue le scorreva giù dal naso e ne avvertiva in bocca il sapore metallico. Quando si sentì afferrare per i capelli riaprì gli occhi e riconobbe vagamente lo stesso soldato che aveva ucciso Eiréne. Aveva già pronto per lei lo stesso coltello sporco del sangue della moglie di Markos. «Mouris, chienne», disse quasi dolcemente, con un sorriso sadico.

Quello che accadde dopo, Maria non avrebbe saputo descriverlo con esattezza. Il colpo che aveva subito le aveva annebbiato sia la vista sia la mente, quindi non riuscì a mettere bene a fuoco ciò che succedeva intorno a lei. Attese di sentire il ferro aprirle il collo com’era successo poco prima ad Eiréne, ma non avvenne. Invece, il Templare che la minacciava la lasciò andare e improvvisamente si fece spazio attorno a lei. C’era molto rumore e tante grida in greco e in francese. Qualcuno l’afferrò per le spalle e la costrinse a rimettersi in piedi. Quando le fece passare il braccio destro attorno al proprio collo per sostenerla, Maria si rese conto che era Altaïr.

«Sveglia», disse l’Assassino. Il suo tono era duro, ma aveva un tremito nella voce. «Sveglia. Non è il momento di dormire.»

Per qualche secondo dovette trascinarla via praticamente di peso, ma in breve la donna si riebbe e riuscì a camminare da sola. Si sentiva ancora frastornata per la botta ricevuta. Si voltò un attimo verso il luogo dello scontro e vide che un folto gruppo di ribelli si era avventato sui Templari urlando e brandendo armi improvvisate o rubate. Le parve di riconoscere Markos in mezzo a loro, ma non poté accertarsene perché Altaïr la prese di nuovo per un braccio e la costrinse a correre. Non sapeva verso dove intendesse dirigersi, ma avvertiva la sua collera e non voleva provocarlo ulteriormente, per cui non tentò nemmeno di porgli delle domande.

Si accorse che si stavano addentrando nella parte ovest della città. Se possibile, era una zona ancor più deserta e morta. Molte case erano bruciate, ma gli incendi che le avevano distrutte non dovevano essere recenti: lo stato degli edifici denunciava chiaramente che dovevano risalire ad almeno una settimana prima. Altre invece erano semplicemente in parziale o totale stato di abbandono. Entrarono in una di queste ultime. La porta di legno era stata sradicata dalle cerniere e giaceva da una parte, appoggiata obliquamente al muro di paglia e fango. All’interno regnava la desolazione più totale: i pochi mobili di legno erano caduti e si erano spaccati; tutto il loro contenuto di terrecotte da cucina era sparso in frammenti grandi e piccoli sul pavimento di terra battuta, insieme alla paglia che doveva avere costituito i giacigli dei precedenti occupanti della casa. Al centro si ergeva il piano del focolare in mattoni crudi, come un’isola in mezzo a quel caos. Sopra di esso giacevano i resti dell’ultimo fuoco che vi era stato acceso.

«Non è affatto da escludere che i Templari vengano a rastrellare anche questa zona», disse Altaïr. «Ma almeno per il momento dovremmo essere al sicuro.»

«Stai sanguinando», disse Maria, ma Altaïr allontanò la mano che lei stava per tendergli.

«è poco più che un graffio», disse freddamente.

La donna ne rimase ferita. «So che sei adirato», mormorò. «È stata colpa mia. Mi dispiace.»

Con un sospiro, Maria si sedette sul piano di mattoni. Stringeva ancora il pugnale dall’elsa a forma di ala nelle mani sporche di sangue e polvere. L’immagine di Eiréne che veniva sgozzata le ritornò in mente vivida come se l’avesse avuta di fronte agli occhi. Si sentiva svuotata.

Si accorse che Altaïr le si era avvicinato solo quando l’Assassino si accovacciò di fronte a lei. L’Assassino aveva calato il cappuccio dal capo e i suoi occhi scuri brillavano di una luce intensa, quasi febbrile. «Sono adirato perché ho rischiato di vederti morire di fronte a me», disse. Strappò un lembo della propria tunica e lo passò a Maria perché si ripulisse il viso dal sangue. Nonostante le circostanze, Maria ne fu rasserenata. «E cosa avresti fatto se fosse successo?» chiese tamponandosi il naso e la bocca.

«In una situazione del genere, è probabile che sarei morto anche io.»

Maria non poté reprimere un sorriso che le fece dolere la guancia destra. «Non basta dirlo soltanto, sai?», scherzò.

Altaïr non rilanciò la battuta. Si allungò verso di lei e le posò un piccolo bacio sulle labbra. «Vado a prendere dell’acqua», disse rimettendosi in piedi.

«Ti aiuto a portarla», disse Maria accennando a rialzarsi a sua volta, ma Altaïr la bloccò con un gesto perentorio.

«No, tu resti qui», le impose con un tono che non ammetteva repliche. «E resti ferma, anche. Hai battuto la testa.»

Maria stava per rassicurarlo sullo stato della sua testa, ma alla fine decise di non rovinare l’atmosfera proprio ora che si erano riconciliati e lo lasciò andare senza ulteriori proteste. Inoltre si sentiva effettivamente esausta, e pensò che un momento di riposo non le avrebbe fatto male. Dopo pochi minuti però si rese conto che più cercava di rilassarsi e di dimenticare gli ultimi eventi, più la sua mente si concentrava proprio sulle immagini di morte e sangue che si erano susseguite dalla notte precedente. Il ricordo del maestro degli adepti del Toro che veniva torturato e urlava sbattendo le gambe si confondeva con quello della cascata di sangue sgorgata dalla gola aperta di Eiréne.

Alla fine Maria si riscosse e cercò un’occupazione per distrarsi. Tolse di mezzo i cocci di terracotta sparsi sul pavimento, raccogliendoli tutti insieme contro una parete; questa operazione le fruttò anche il ritrovamento di un acciarino d’acciaio la cui forma ricordava all’incirca quella di una P. Il fatto che fosse rimasto ricoperto dai frantumi delle terraglie l’aveva salvato dalle inevitabili incursioni dei ladri. Maria ammucchiò e sistemò la paglia in un angolo in modo da formare un giaciglio per lo meno accettabile ed uscì a raccogliere della legna da mettere sul piano del focolare. Fu estremamente facile trovarne: frammenti e grossi pezzi di legno delle staccionate attorno agli orti devastati erano sparsi ovunque. Quando Altaïr fu di ritorno con due secchi d’acqua, Maria aveva anche raccolto una pietra adatta per essere usata insieme all’acciarino e stava sistemando dell’erba secca tra i pezzi di legno sul piano di mattoni.

«è un piacere vedere come ascolti sempre quel che ti dico», commentò lui, liberandosi dal peso dei due contenitori.

«Stai un po’ zitto e spogliati», gli ordinò Maria. Il lavoro l’aveva rianimata.

«Non riesci proprio ad aspettare?», ironizzò l’Assassino.

La donna rise e gli diede una piccola spinta. «Spogliati, ho detto. Voglio vedere quello che tu chiami “poco più che un graffio”.»

Altaïr sospirò ed eseguì. Mentre era impegnato in quell’operazione, Maria scelse uno dei due secchi d’acqua per sciacquarsi le mani e la faccia. La parte destra del viso era infiammata, ma il dolore stava diminuendo e l’acqua fredda le diede un gran sollievo.

Quando Altaïr fu a torso nudo Maria lo fece sedere e studiò la ferita dopo averla pulita con un pezzo di tessuto bagnato. Come aveva immaginato, era decisamente più che un semplice graffio. La pelle e i tessuti si presentavano esposti dalla clavicola fino quasi all’ascella.

«Non mi piace per niente», disse la donna con apprensione. «è abbastanza profonda e i lembi sono slabbrati. Dovrei regolarizzarla e darci qualche punto, ma non ne abbiamo gli strumenti.»

«Invece sì», replicò Altaïr. Prese il cinturone che aveva lasciato da una parte ed estrasse un rotolo di tessuto bianco da una delle tasche sulla parte posteriore. Al centro del rotolo spuntava un lungo ago di metallo ed attorno ad esso era avvolto del filo, anch’esso bianco.

La donna rise. «Mi chiedo quante altre cose ti porti dietro, lì dentro».

«Non ne hai idea», rispose Altaïr con un mezzo sorriso.

«Allora, visto che ci sono, prendo anche questo», disse Maria estraendo uno dei piccoli coltelli rimasti nel fodero multiplo che solitamente l’Assassino portava sulla spalla destra. «Non esattamente un bisturi, ma sempre meno brutale del pugnale.»

In pochi minuti riuscì ad accendere il fuoco con le scintille della pietra focaia sull’acciarino d’acciaio e poté sterilizzare e riscaldare la lama sulla fiamma. «Adesso resta fermo o finirò per tagliare dove non devo», gli raccomandò. Quando iniziò ad incidere, la carne viva mandò uno sfrigolio per il contatto con il ferro rovente. Altaïr rimase in silenzio mentre lei regolarizzava i lembi della ferita. L’unica sua reazione al dolore fu quella di stringere i pugni e contrarre le mascelle. Non seguì con gli occhi l’intervento sulla propria lacerazione: il suo sguardo rimase per tutto il tempo fisso sul volto di Maria, e lei se lo sentiva sulla pelle quasi come un contatto fisico.

Finito il lavoro con il coltello, la donna fece passare il filo nella cruna dell’ago e cominciò a ricucire. «Come sei virile», lo prese in giro ad un certo punto, per spezzare il silenzio. «Mi aspettavo almeno un lamento, una protesta sul mio modo barbaro di suturarti o qualcosa del genere.»

«Mi piace guardarti mentre sei così concentrata su di me», disse l’Assassino.

«Che paura!», esclamò Maria, divertita. «Cos’è, ti piace che ti faccia male?»

Per tutta risposta, Altaïr si chinò su di lei e le diede un bacio sulla guancia.

«Stai fermo, stupido», disse Maria, avvampando. «Vuoi che ti cucia il bicipite all’ascella?»

Altaïr non poté trattenere una breve risata. «Questo sarebbe indubbiamente interessante».

«Interessante non mi sembra la parola appropriata.»

Maria terminò rapidamente l’operazione e lo fasciò. «Per ora è a posto», concluse. «Ma conoscendoti, farai saltare tutti i punti in men che non si dica.»

«Ci farò attenzione.»

Mentre Altaïr si rivestiva, fuori iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. Bastò non più di una manciata di minuti perché si trasformassero in un acquazzone.

«è probabilmente una fortuna», commentò Maria guardando fuori dalla porta scardinata. «Spegnerà gli incendi in città». La terra polverosa e riarsa non riusciva ad accogliere immediatamente l’acqua che scendeva a cataratte dal cielo, quindi si formarono subito molte pozzanghere estese su cui si rifletteva lo stesso colore cupo delle nuvole.

«Devo uscire», annunciò l’Assassino rimettendosi il cappuccio sulla testa. «Rintraccerò Markos o qualcun altro della Resistenza. Tornerò tra non più di qualche ora. Domani partirò per Kantara.»

Maria ricadde improvvisamente nell’amarezza, ma rimase immobile e non disse nulla. Che cosa aveva sperato? Che l’Assassino avrebbe cambiato i suoi programmi per restare con lei?

Forse Altaïr notò il suo sconforto, perché le si avvicinò e la strinse a sé. «Torno presto», disse. «Aspettami.»

«Tanto, ti aspetterei anche se tornassi tardi», sospirò Maria rassegnata, e lo abbracciò a sua volta. L’Assassino la baciò sulle labbra, le accarezzò lievemente la guancia destra e uscì, scomparendo nella pioggia come un fantasma grigio. «Ti aspetterei anche se non tornassi affatto», mormorò la donna. Ma questo lui non lo poté udire.
:iconjael-kolken:
Sorry, Italian only! For me it's too hard and too long to translate this fanfic in English! :(
If you want to try and read it anyway, you can use google translator: [link]
If someone is interested in translating it, I will be super happy to help him! :) :heart:

Capitolo III
Capitolo V

YEEEEE finito anche questo capitolo! XD Beh dai, questa volta sono stata un po' più veloce. Negli ultimi giorni mi è preso il raptus della scrittura e ho completato rapidamente questo quarto capitolo. Spero vi piaccia! Come al solito, metto il mature content, comunque se vi fanno molta impressione le descrizioni di sangue o membra che saltano via... non è il caso che leggiate, anche se siete maggiorenni, LOL!
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:iconemo-shinigami:
Questo è più bello del capitolo 3, c'è il sangue >D senza combattimenti e mutilazioni non vivo XD
Ma mi chiedo, Altaïr preferirà Maria o Malik per essere ricucito? LOL che triangolo!
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 15, 2011  Professional Digital Artist
LOL sai che mi sono fatta la stessa domanda? XD Chi sarà meglio a ricucire? Maria o Malik? Malik lo vedo più ferrato in materia, però ha un braccio solo... Maria ha due mani ma secondo me è più brutale. XDDDDD
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:iconemo-shinigami:
La brutalità dipende dall'inesperienza. Malik è imbattibile, in altre parole, pur avendo un braccio solo LOL
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 16, 2011  Professional Digital Artist
Sì devo dire che anche io se dovessi scegliere forse preferirei Malik per ricucirmi. XD
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:iconemo-shinigami:
Ma questo era indubbio!!! :heart:Malik:heart:
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:iconmakiyukishiro:
update please! I love your story, sometimes google doesn't translate everything but i think I can understand the whole thing xD
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 6, 2011  Professional Digital Artist
Thank you so much, I'm so happy you like it! I really appreciate your support! :tighthug:
I'm writing the fifth chapter right now! :D
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:icongothicabunny:
ono I'm sure it's epic.
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 4, 2011  Professional Digital Artist
I'm sorry, it's too long and too hard for me to translate it, at least for now... :(
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:icongothicabunny:
XD no worries. I'll string it through a translator bit by bit if I have too :D
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