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June 16, 2011
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(Contains: nudity, sexual themes, violence/gore, strong language and ideologically sensitive material)
Quando la trascinarono fuori dalla casa abbandonata, le fu improvvisamente chiaro che ciò che aveva temuto si era verificato. La prima cosa che notò, infatti, fu una figura familiare accanto ad un altro gruppo di Templari che sorvegliavano altri prigionieri: Barnabas. L’uomo dialogava con loro come se niente fosse. Maria colse una risata sulle sue labbra, provocata probabilmente da una battuta del suo interlocutore che lui trovava spassosissima. Shalim gli si avvicinò e gli mise in mano un grosso sacchetto dal contenuto tintinnante.

«Traditore!», gridò Maria al colmo dell’ira. Se fosse stata libera avrebbe potuto ucciderlo a mani nude, piantandogli le unghie nella gola e guardandolo morire il più lentamente possibile.

Barnabas si voltò verso di lei con l’aria di chi è infastidito da una mosca. «Curioso. Senti chi parla di tradimento», le disse in arabo, così che sia lei che Markos potessero capire. «Il Gran Maestro aveva ragione a diffidare di questa femmina.»

Infuriata, Maria cercò di divincolarsi, ma il Templare che la teneva da dietro la strattonò per rimetterla al suo posto. Markos rivolse al suo ex capo uno sguardo sconcertato e gli chiese qualcosa in greco.

«Devo dire che scegli male le persone a cui affidarti», gli rispose Barnabas, sempre in arabo. «Questa qui è stata la puttana di Robert de Sable prima di diventare quella dell’Assassino. Era una Templare.»

Markos restò per un attimo esterrefatto e lanciò a Maria un’occhiata piena di disprezzo, prima di essere legato alla sella di uno degli ufficiali e trascinato via.

«A quanto pare si scopava lo stesso Assassino che ha ucciso de Sable, peraltro», aggiunse poi Barnabas passando disinvoltamente a parlare in francese e rivolgendosi a Shalim. «Guarda che caso.»

«Così ha detto il Gran Maestro», annuì l’altro. «Sarebbe interessante conoscere la lista completa di coloro per i quali questa troia ha aperto le gambe. Chissà quanti altri nomi notevoli verrebbero fuori. Di entrambi i fronti, intendo.»

Maria ruggì di collera impotente e tentò di nuovo di liberarsi dalla morsa dei suoi custodi; ma uno di essi le mollò un pugno al fianco, lo stesso già dolorante per le costole incrinate, mentre l’altro le colpì le gambe con il fodero della spada. Maria non poté trattenere un lamento soffocato, ma subito si morse le labbra e si costrinse a ignorare il dolore. «Vi ammazzerò», promise, con la furia negli occhi. «Vi ammazzerò tutti e due come cani.»

Risero entrambi. «Quanto fuoco», disse Shalim. «Lo stesso che impieghi per fottere? Si spiegherebbero molte cose. Legatela al mio cavallo», aggiunse rivolgendosi ai suoi soldati. «La faremo correre un po’. Magari così le si raffreddano i bollenti spiriti.»

Mentre assicuravano la corda al pomo sul retro della sella di Shalim, Maria vide l’elsa del pugnale di Altaïr spuntare dal cinturone di uno di loro. L’idea che quell’oggetto finisse proprio nelle mani dei peggiori nemici dell’Assassino la ripugnava profondamente e dentro di sé giurò che se lo sarebbe ripreso, in un modo o nell’altro.

Dovette adattarsi al passo del cavallo di Shalim. Quando passarono vicino a una delle barricate erette il giorno prima, Maria vide che i Templari avevano già costretto un buon numero di persone a smontarle. Le teste sulle picche erano scomparse, ma in compenso al centro della strada, in mezzo a una larga pozza rossa, si innalzava un mucchio di altre teste: quelle che erano appartenute a membri della Resistenza o anche semplici cittadini. La macabra piramide aumentava rapidamente di altezza e volume, poiché due soldati erano stati impiegati come boia e avevano davanti a loro una lunga fila di persone da decapitare. Procedevano con grande rapidità: gli assistenti costringevano i condannati ad inginocchiarsi e loro calavano la lama della spada. Di solito bastava un solo colpo per troncare la testa dal collo; altri condannati erano più sfortunati: per loro servivano un paio di fendenti. L’operazione si ripeteva a ciclo continuo, come al macello il giorno di Pasqua. Shalim rallentò fino a fermarsi proprio di fronte alla piramide di teste, ma Maria distolse lo sguardo.

«Fate che guardi», ordinò il luogotenente Templare, e subito uno dei suoi sottoposti afferrò Maria per i capelli, costringendola a voltare la testa. «Guarda bene», disse allora Shalim. «Osserva bene a cosa tu e il cane di Masyaf avete condotto questa gente. Non è un magnifico panorama?»

«Non tanto quanto quello che offrirai tu, quando io ti aprirò in due la pancia», rispose Maria in un sibilo. Il Templare che la teneva per i capelli la colpì al volto, ma lei incassò senza fare una piega. Shalim scoppiò in una risata che suonò tremendamente sbagliata di fronte al macabro spettacolo delle teste che continuavano a saltare. «Mi diverti, cagna dell’eretico. Ti farò giustiziare per ultima», decretò, e premette coi talloni sui fianchi del cavallo per riprendere il cammino. I civili che incontravano lungo il percorso fissavano Maria con aria torva, anche se lei non avrebbe saputo dire se già sapevano del suo passato di Templare o se semplicemente attribuivano a lei l’improvviso peggioramento della loro situazione. Volò qualche sasso. Uno la colpì alla testa e un altro alla spalla, ma Shalim fece un gesto e i soldati bloccarono la sassaiola sul nascere.

Maria credeva che l’avrebbe portata al castello accanto al porto, ma si accorse ben presto che la direzione era completamente diversa: si inoltrarono infatti nella parte sud-est della città e si avvicinarono alla cinta di mura. Presto la porta sud apparve di fronte a loro. Lì accanto c’erano già alcuni soldati a piedi e altri due Templari a cavallo: alle loro selle erano legati, a tre a tre, sei membri della Resistenza, tra cui Markos e altri che Maria aveva visto il giorno in cui lei e Altaïr avevano mangiato alla loro base. Maria cercò di ignorare gli sguardi ostili dei suoi ex alleati. Era chiaro che ormai fossero tutti informati del suo passato di Templare.

«Possiamo andare», disse Shalim.

Maria ricordò le informazioni sui dintorni di Kyrenia che le aveva dato Altaïr prima di entrare in città, e dalla strada che presero capì che li avrebbero portati al Castello del Leone, da Bouchart. La prospettiva non le appariva allettante. Non era certo in quelle condizioni che avrebbe voluto ritrovarlo.

Si inoltrarono verso l’entroterra, procedendo verso sudest. Nonostante fosse ancora mattina, il sole di Cipro era già molto caldo e cuoceva la polvere e riverberava sulle pietre della strada. Passarono in mezzo ai campi coltivati. I contadini interrompevano il loro lavoro per osservare la piccola processione di signori in armatura, a piedi e a cavallo, che si trascinavano dietro i loro prigionieri.

All’inizio per Maria fu abbastanza facile seguire il cavallo di Shalim, dato che la strada si distendeva quasi in orizzontale, come un lunghissimo serpente che attraversasse la campagna. Sul principio del pomeriggio, però, le coltivazioni attorno a loro cedettero il passo alla macchia mediterranea; il sentiero si fece più accidentato ed iniziò gradualmente a salire. Le montagne si erano fatte molto più vicine e li dominavano con la loro mole imponente.

Shalim concesse al drappello una breve sosta lungo il cammino, durante la quale ordinò ai suoi uomini di lasciare che i prigionieri bevessero un sorso d’acqua. Ma quando uno di essi fece per accostare la borraccia di pelle di capra alle labbra di Maria, il comandante lo bloccò.

«Lei no», disse. Maria lo guardò con aria di sfida e non disse nulla, anche se sentiva la lingua arida e attaccata al palato e il sapore della polvere in fondo alla gola.

Ripresero la strada e per la donna adattarsi al passo del destriero di Shalim divenne una faccenda sempre più complicata. Il sentiero sassoso ora si inerpicava in mezzo a boschi di ginepri lici e di pini d’Aleppo dalle basse chiome espanse come verdi cappelli. Il sole era alto nel cielo e Maria ne avvertiva i raggi intensi e pesanti sul capo scoperto. Verso la metà del pomeriggio la stanchezza per la lunga marcia, la sete intensa e il percorso ormai molto irregolare rendevano la sua andatura più incerta, ma sarebbe morta piuttosto che emettere un solo lamento per la soddisfazione dei suoi aguzzini.

Ad un tratto inciampò in una pietra sporgente e stramazzò a terra, ma Shalim non accennò nemmeno a rallentare e Maria venne trascinata per diversi metri prima di riuscire a rimettersi in piedi, tra le risate dei Templari. Poco dopo incespicò di nuovo e crollò ancora sui sassi, che le produssero diversi strappi sulla tunica e profondi graffi sulla pelle. Stavolta Shalim si fermò. «Rimettetela in piedi», disse. «Non vorrei che il mio cavallo si affaticasse, dovendo portare anche lei.»

Uno degli uomini fece per aiutarla a sollevarsi, ma lei se lo scrollò di dosso e si alzò da sola. «Vai all’inferno, Shalim figlio di Moloch», disse, la voce rauca per la sete e la polvere.

Il soldato che le era accanto alzò la mano per colpirla, ma Shalim lo fermò con un gesto perentorio. «Alla cagna serve un guinzaglio», disse. I suoi dovettero afferrare l’ordine all’istante, perché subito uno di loro prese Maria per i capelli per tenerla ferma, mentre un altro le legò una fune attorno al collo. L’altra estremità venne assicurata alla sella di Shalim insieme a quella della corda che vi era stata già precedentemente annodata.

«Io scommetto che tra poco la vedremo anche scodinzolare», affermò il comandante, divertito. Tutta la compagnia rise fragorosamente, e anche gli altri prigionieri assistettero a quell’umiliazione con la soddisfazione negli occhi.

Appena ripresero il cammino, Maria si rese conto che il funzionamento del nodo era lo stesso di un cappio: se non avesse seguito docilmente il destriero del comandante o se fosse caduta di nuovo, il cerchio della corda le si sarebbe stretto attorno al collo, soffocandola. Consapevole di questo, cercò di stare molto attenta a dove metteva i piedi e di adattarsi alla velocità del cavallo, anche se l’impresa si rivelava sempre più ardua. Si sentiva stanca e accaldata, ma era soprattutto la sete a non darle tregua. Per quanto cercasse di deglutire, non aveva saliva in bocca.

Verso la fine del pomeriggio finalmente il sole cominciò a scendere verso l’orizzonte a ovest e scomparve dietro la cima di una montagna, concedendole un minimo di sollievo. Fu quasi con un senso di liberazione che finalmente intravide le fortificazioni del Castello del Leone stagliarsi contro il cielo che si oscurava, sulla vetta della montagna che stavano scalando. I fuochi delle torce accese brillavano come stelle nella penombra della sera. Maria era consapevole che Shalim l’aveva trascinata lì con gli altri perché Bouchart potesse giustiziarla, ma preferiva morire subito piuttosto che subire ancora le mortificazioni che il suo orgoglio aveva dovuto sopportare fin da quella mattina.

Le vedette sulle torri dovevano averli avvistati da tempo, perché il pesante cancello che sbarrava l’entrata venne alzato ancor prima che vi si avvicinassero.

Dal canto suo Shalim doveva essere rimasto insoddisfatto: dopo l’incidente di qualche ora prima, Maria non era più inciampata neanche una volta. Infatti, giunto in vista del cancello premette i talloni sui fianchi della sua cavalcatura e la spinse al trotto. La sua prigioniera rovinò a terra e il cappio attorno al suo collo si strinse all’improvviso. Maria annaspò in cerca d’aria e lottò per rimettersi in piedi, ma era impossibile. Venne trascinata sulle pietre fino a quando non entrarono nel cortile interno al primo cerchio di mura. Finalmente Shalim fermò il cavallo e scese. Maria si dimenava nel tentativo di allentare il nodo attorno alla gola e di respirare, e questo provocò di nuovo le risa del suo carceriere.

«Puttana, dovresti abbaiare come la cagna che sei, e non boccheggiare come un pesce», esclamò. Poi si chinò su di lei per allentare il cerchio della corda. Maria aspirò l’aria riempiendo i polmoni all’improvviso e tossì violentemente. Sentiva delle risate intorno a sé, ma cercò di ignorarle.

«Altaïr», pensò, aggrappandosi a quel nome. «Altaïr, Altaïr, Altaïr…»

Qualcuno la costrinse a rimettersi in piedi, ma poiché non riusciva a rimanere stabile sulle gambe la dovettero sostenere di peso. Appena si fu ripresa riuscì a mettere a fuoco ciò che la circondava: il cortile del castello era ampio e vi si affacciavano tutti gli edifici principali, tra cui la caserma e la cappella. Il rumore di un martello che sbatteva ritmicamente sul metallo e il fumo nero che usciva da un’apertura sul tetto di un’altra costruzione la rendevano facilmente identificabile come il laboratorio di un fabbro. Dalla parte opposta del cortile un altro cancello immetteva nel secondo cortile, circondato da un’altra cerchia di mura, al centro della quale cui si ergeva il mastio. Da un altro piccolo edificio addossato ad un barbacane proveniva un profumo di pane che ricordò a Maria che il suo stomaco non vedeva cibo dalla sera precedente. Sui cammini di ronda in legno di entrambi i cortili, esterno e interno, camminavano le vedette munite di archi e frecce.

«Je dois parler avec Armand Bouchart», disse Shalim ad uno degli uomini che vennero loro incontro. «Porto notizie. E qualche regalo», aggiunse accennando ai prigionieri. Venne scortato verso il mastio e anche Maria e gli altri furono condotti nella stessa direzione, dopo che li ebbero slegati dai cavalli. Presto però i loro percorsi si divisero, perché Shalim salì verso i piani superiori del castello, mentre i prigionieri finirono nelle segrete. Maria venne scaraventata nella sua cella con uno spintone, senza nemmeno essere stata sciolta dalle corde.

Il luogo dove si trovava non era altro che una minuscola stanza dalle pareti di pietra, senza alcuna apertura a parte una sottile fessura nella spessa porta di legno massiccio. Il buio era pressoché totale e nell’oscurità la donna udiva le voci attutite dei carcerieri e lo squittire e lo zampettare dei topi. Dopo un tempo che le sembrò infinito, la porta si riaprì ed entrarono due soldati, che la presero per le spalle e la costrinsero a inginocchiarsi. La donna si dibatté nel tentativo di liberarsi dalla loro stretta, ma uno dei due la colpì forte alla testa e per un attimo Maria dovette lottare per non svenire. Nel frattempo due uomini entrarono nella cella. Maria riconobbe immediatamente la figura taurina di Bouchart dietro a quella di Shalim, nonostante l’oscurità e la botta al capo che le aveva annebbiato la vista.

«Com’è che avete detto a Limassol, mademoiselle?», esordì il Gran Maestro dei Templari, guardandola dall’alto in basso con disprezzo. «Credo suonasse più o meno “io non ho tradito l’Ordine e voi lo sapete”. È una fortuna che invece io immaginassi tutt’altra cosa.»

«Siete voi che l’avete tradito, Bouchart», replicò Maria. «Noi dovevamo portare l’ordine e la pace in Terra Santa. Ma ciò che ho visto io sono montagne di teste di semplici civili staccate da spade Templari.»

Bouchart rimase in silenzio per un momento, poi si rivolse ai soldati: «Rimettetela in piedi.»

I due eseguirono. Il Gran Maestro fece un passo verso Maria e le ficcò una mano tra le gambe, frugandola con violenza attraverso la sottile stoffa dei calzoni. Maria non riuscì a trattenere un grido di sorpresa e dolore. Bouchart ritirò la mano, fece per annusarsi le dita e poi gliele mise sotto al naso. «Puzzi di infedele, troia», ringhiò. Le affibbiò un ceffone che le fece voltare la testa da un lato e subito dopo un manrovescio per rimettergliela a posto. Aveva mani gigantesche e una forza bestiale. Maria rimase tramortita per qualche secondo e sarebbe sicuramente stramazzata a terra se i due soldati alle sue spalle non l’avessero sostenuta. Il sangue iniziò subito a scorrere dal naso e da una spaccatura sul labbro. «Non provare mai più a farmi la predica, puttana dell’Assassino», aggiunse il Gran Maestro. Poi si rivolse a Shalim: «A me questa cagna non serve. Non mi occorre nemmeno interrogarla. Barnabas ci ha già detto quali sono i piani dello sciacallo di Masyaf. Per me puoi appenderla con gli altri sei. Io ho altro da fare. Torno a Limassol.»

«Il pagano potrebbe averle detto dove si trova la Mela», suggerì Shalim. «Penso anzi che questa puttana se lo sia fatto mettere dentro da lui per farselo dire e tenere poi la Mela per sé. Ma se non desiderate fastidi lasciatela a me, Gran Maestro.»

«Prenditela, se ci tieni», rispose Bouchart uscendo, seguito dal sottoposto. «Ma non dovresti perdere tanto tempo con le femmine. Pensa alla fine che ha fatto Robert de Sable», aggiunse mentre i due soldati lasciavano andare Maria e uscivano a loro volta, chiudendo la porta a chiave.

Stremata e dolorante, la donna indietreggiò fino ad appoggiarsi alla parete e scivolò a terra. Pensò a Robert e ad Acri e al castello dei Templari che si specchiava sulla baia di Haifa, tra il garrire lamentoso dei gabbiani, immerso nell’odore salmastro portato dal vento.

«Altaïr», mormorò a voce bassissima, a malapena udibile, perché le sembrava che ripetere quel nome a se stessa potesse darle forza. «Altaïr».

Le pareva che non ci fosse un solo punto del suo corpo esente dal dolore. Le doleva la testa colpita, le doleva il volto, il fianco, le gambe, il petto e il ventre su cui aveva strisciato, il collo stritolato dal cappio. Sentiva il sapore del sangue sulla lingua. Le corde strette attorno alle braccia, ai polsi e al busto le avevano scorticato la pelle ormai da ore e adesso rodevano la carne viva, che bruciava come fuoco. Ma più di tutto, aveva una sete da impazzire. Nonostante tutto, cercò di resistere in silenzio. Sapeva benissimo che per i suoi carcerieri sarebbe stato soltanto un gran divertimento vederla supplicare.

Ma andava sempre peggio col passare delle ore. Avrebbe voluto riuscire almeno a lasciarsi andare al sonno, in modo che la sua mente si assentasse anche solo per un breve periodo, ma le era impossibile. Dopo qualche tempo – Maria non avrebbe saputo dire quanto, a lei parve un’eternità – la sete divenne insopportabile. La donna si avvicinò barcollando alla porta e la colpì con un calcio. Dall’altra parte udiva delle voci, ma nessuno venne ad aprire. Allora Maria diede un altro calcio, e un altro, e un altro. Finalmente sentì che dall’altra parte qualcuno apriva, ma non ebbe quasi il tempo di vederlo in faccia prima di venire investita da un pugno allo stomaco che le fece vomitare all’istante un’aspra boccata di bile e succhi gastrici. Crollò a terra tossendo e sputando. Il carceriere la prese per i capelli e la strattonò. «Fai silenzio, troia», le disse. «Stiamo giocando. Ci fai perdere la concentrazione.»

Maria alzò gli occhi e la prima cosa che notò fu il pugnale con l’elsa a forma di ala che spuntava dalla cintura del soldato. Se solo avesse potuto afferrarlo…

«Acqua», esalò faticosamente.

«Niente acqua per te. Ordine di Shalim.»

«Un sorso. Vi prego.»

Per tutta risposta lui le tirò di nuovo i capelli costringendola a gettare la testa all’indietro e ad emettere un gemito di dolore. «Non voglio sentirti neanche respirare, cagna», disse lui. «La prossima volta non te la cavi con un pugno. Il comandante ti vuole viva per ora, ma non ha specificato in che stato.»

Detto questo, la lasciò andare ed uscì. La porta venne di nuovo chiusa a chiave. Maria si rassegnò ad attendere.

Passò ancora del tempo – impossibile stabilire quanto. Insieme alla morsa della sete, anche quella della fame cominciò a farsi sentire prepotente, torcendole lo stomaco in una serie di crampi che andavano ad aggiungersi agli altri dolori che già soffriva. La disidratazione le aveva reso la bocca arida come fosse stata riempita di sabbia e polvere. Impossibile deglutire, e tantomeno inumidirsi le labbra riarse passandovi la lingua, che era diventata rigida e secca come una spugna lasciata troppo tempo al sole.

Finalmente, dopo ore e ore, la stanchezza prese il sopravvento sulla sofferenza fisica e la trascinò in un sonno leggero e popolato di ombre. Le sembrò di trovarsi di nuovo nella casa abbandonata, tra le braccia di Altaïr. Sentiva il calore del suo corpo contro il proprio e l’odore della sua pelle. Avrebbe voluto baciarlo, ma quando alzò il volto si rese conto che non era Altaïr: era Robert. «Dovresti abbaiare come una cagna e non boccheggiare come un pesce», le disse Robert con la voce di Shalim, e la prese per il collo, affondandole le dita nella carne tenera della gola. «Cagna, cagna, cagna». Le sue dita divennero un cappio e a Maria sembrò di essere già appesa sulla forca. Era una forca altissima che emergeva dal mare e sopra la forca volavano i gabbiani, garrendo disperati.

Riemerse nella coscienza quando sentì la chiave girare di nuovo nella toppa e dei passi dietro di sé, ma era troppo debole anche solo per voltarsi a guardare di chi si trattasse.

«Rimettetela in sesto», disse la voce di Shalim. «La voglio cosciente.»

Qualcuno si chinò su di lei e le fece scorrere del liquido fresco sulle labbra spaccate. Maria aprì la bocca quasi per istinto e bevve avidamente, ma non le furono concessi più di un paio di sorsi. Subito dopo qualcun altro l’afferrò per le corde che le circondavano il busto e la costrinse a rimettersi in piedi. Le funi le penetrarono nei tessuti vivi e a Maria parvero tagliare come coltelli.

Portandola quasi di peso la condussero fuori dalla cella, su per le scale, fino a uscire nel cortile interno del castello. Maria aspirò l’aria fresca e umida dell’esterno. Le parve un miracolo, dopo tanto tempo immersa nell’odore greve e nell’aria rarefatta e pesante delle segrete. La semi-oscurità che regnava fuori in un primo momento la indusse a pensare che fosse sera, ma appena riacquistò un minimo di lucidità si rese conto che il cielo scoloriva a oriente: erano le primissime ore dell’alba.

«Quanto…?», chiese con un fil di voce, confusa.

«Due giorni», le rispose uno dei soldati dietro di lei. «è la mattina del terzo.»

Compirono un quarto di giro intorno al mastio e il patibolo comparve di fronte a loro. Doveva essere stato montato durante la sua prigionia, perché Maria era sicura di non averlo veduto quando l’avevano condotta al castello, più di due giorni prima. Non era più che un palco, neppure particolarmente alto, su cui si ergevano due grossi pali di legno di pino che ne sostenevano un altro, orizzontale, da cui pendevano sei corde, ognuna terminante con un cappio. Sotto ogni corda era posto uno sgabello. Sulla forca aveva già preso posto il boia e davanti ad essa erano stati portati gli altri sei prigionieri. Maria era certa che Shalim intendesse impiccare anche lei e si chiese perché le corde che pendevano fossero soltanto sei e non sette. D’altro canto, Shalim le aveva detto che l’avrebbe giustiziata per ultima: probabilmente intendeva godersi un bello spettacolo in due atti.

La donna venne strattonata e trascinata senza tanti complimenti vicino a Shalim, di fronte alla forca. «Ci godremo assieme l’esibizione che ci offriranno questi sei impavidi», le disse il comandante Templare con un sorriso divertito.

Fece un cenno e altri due soldati spinsero i sei condannati sulle scalette del patibolo e sotto le corde loro destinate. L’uomo dietro Markos incespicò sugli scalini, cadde e venne fatto rialzare con un paio di calci. Il boia mise i cappi attorno al collo di ognuno di loro e li fece salire in piedi sugli sgabelli, poi si dedicò ad aggiustare la lunghezza delle funi, in modo che non fossero troppo lunghe.

Shalim avvicinò il volto a quello di Maria. «Non lo trovi eccitante, troia?», le sussurrò nell’orecchio. Il suo fiato era pesante e sapeva di vino. «Le esecuzioni me lo fanno sempre venire duro come la roccia.»

Maria rimase in silenzio, immobile, fissando davanti a sé. Lei e Markos si scambiarono un lungo sguardo, prima che il boia passasse a togliere con un calcio tutti gli sgabelli da sotto i piedi dei prigionieri. Maria sperò con tutta se stessa che almeno un ultimo messaggio fosse passato attraverso i suoi occhi: “non ti avrei tradito, non l’avrei fatto”. Soprattutto, sperò che lui fosse disposto a crederci.

I condannati, improvvisamente privi dell’appoggio e appesi per il collo, iniziarono a dimenarsi, scalciando, aprendo la bocca e tirando fuori la lingua, nell’istintivo quanto inutile tentativo di inspirare.

«Che ne dici, facciamo una scommessa?», le disse ancora Shalim. «Scommettiamo su quello che crepa per ultimo?»

I volti dei sei impiccati trascoloravano rapidamente dal rosso al blu. La lingua di Markos assunse una tonalità viola e gli occhi spalancati e fuori dalle orbite sembravano sul punto di saltare via dal cranio da un momento all’altro. Continuava a dibattersi come un pesce fuori dall’acqua.

Shalim le si avvicinò di nuovo. «Sai cosa me lo fa venire più duro ancora?», sibilò, come una serpe velenosa, piantandole le unghie nel sedere. «Le piccole troiette difficili come te. La loro caratteristica è che si spezzano sempre. Adoro quando succede. Quando mi supplicano. Anche tu ti spezzerai. E mi supplicherai.»

Maria gli rivolse uno sguardo di ghiaccio. «Chi ti ha ficcato una barra in culo da piccolo, Shalim figlio di Moloch?», chiese a voce alta, in modo che anche i soldati intorno a loro potessero sentire. «Forse tuo padre? A giudicare dalla sua stazza, dev’essere stato doloroso.»

Era preparata al manrovescio che seguì. E anche al pugno che le giunse al basso ventre. E anche ai calci a gamba tesa che incassò dopo che crollò a terra.

«Troia!», urlava Shalim mentre la colpiva. «Troia! Zoccola di merda! Puttana! Te la ficco io la barra in culo!»

Quando il comandante Templare si calmò e i suoi uomini la tirarono su, Maria era semi svenuta. Nonostante questo, riuscì a vedere di nuovo il patibolo per un attimo, prima che la portassero via: i corpi dei sei impiccati pendevano pressoché esanimi dalle corde, ma minimi scatti muscolari indicavano che almeno alcuni di essi erano ancora vivi. Maria pensò che se doveva morire, avrebbe voluto essere decapitata.

Le guardie la trascinarono di nuovo giù per le scale, fino alla sua cella e la scaricarono sul pavimento; ma evidentemente non avevano ancora finito con lei, perché uno di essi la tenne ferma schiacciandola con tutto il suo peso. Un altro si avvicinò e per una frazione di secondo Maria vide balenare il bagliore del pugnale con l’elsa a forma di ala. Morire con la gola aperta dalla lama di Altaïr le sembrò un trapasso quasi desiderabile. Ma non era quella l’intenzione dei suoi carcerieri: infatti subito dopo avvertì attrito sulle corde che la legavano da due giorni e una notte e in breve ne fu finalmente sciolta. Fu insieme una liberazione e un tormento, perché i muscoli delle braccia e del petto, indolenziti e irrigiditi, le procurarono fitte lancinanti non appena i due soldati la costrinsero a rialzarsi e la sbatterono contro il muro. Mentre uno la bloccava con le braccia sopra il capo, l’altro le chiuse attorno ai polsi un paio di catene assicurate alla parete, che fino a quel momento Maria non aveva neanche mai notato, a causa del buio fitto delle segrete.

Prima di uscire, le lasciarono crudelmente fuori portata una brocca d’acqua e un pezzo di pane grigio.

«Shalim dice che puoi mangiare, se ci arrivi», disse uno di loro, poi risero entrambi e uscirono. La porta si richiuse e tornò il buio totale.

Maria non passò più di qualche minuto a cercare di fare forza sulle catene: presto si rese conto che erano perfettamente ancorate alle pietre e non accennavano a muoversi, e che lei stessa era troppo debilitata e dolorante per esercitare una pressione di qualche importanza. A quel punto, non fece nemmeno un tentativo di arrivare all’acqua e al cibo: per quanto l’ambiente fosse angusto, si trovavano esattamente dall’altra parte della cella. Si lasciò scivolare lungo il muro, esausta come non si ricordava di essere mai stata. Si chiese quanto ci avrebbe messo a soccombere, senza bere e senza mangiare. Sapeva che, poiché poco prima le era stato concesso di bere appena un sorso, nella migliore delle ipotesi aveva di fronte a sé altri tre, quattro giorni di agonia. Il suo stomaco vuoto continuava a mordere con crampi dolorosi e presto anche la sete tornò ad inaridirle la bocca.

Chiuse gli occhi e pensò ad Altaïr. Cercò di riportare alla mente ogni minimo particolare del suo volto, dei suoi occhi penetranti, del suo corpo, della sua voce e di come cambiava e diventava calda e morbida quando parlava con lei, del suo odore, del suo aspro sapore, ed ogni cicatrice che marchiava la sua pelle ambrata.

Passò ancora lunghissime ore prima si sprofondare di nuovo nell’incoscienza. Si svegliò – dopo quanto tempo non avrebbe mai saputo dire, avrebbero potuto essere minuti o anni indifferentemente – con la bocca arida al punto che le costava fatica aprirla o muovere la lingua, le braccia intorpidite per averla sostenuta fino a quel momento, e l’intero suo corpo che esplodeva di dolore. Solo i crampi della fame si erano acquietati: probabilmente si stava adattando alla mancanza di cibo. Maria aveva sentito dire che era così che si iniziava a morire d’inedia; ma in ogni caso sapeva che sarebbe spirata molto prima, per disidratazione.

Trascorse ancora un’eternità prima che la porta della sua cella si aprisse un’altra volta. Questa volta era Shalim in persona. Maria alzò la testa e tentò faticosamente di mettere a fuoco.

«A quanto vedo, non ci sei arrivata», rise Shalim accennando al pane e all’acqua. Fece un paio di passi verso di lei, le accarezzò una guancia e le sollevò il volto mettendole due dita sotto il mento. «Supplicami, e ti regalerò una morte rapida», le disse. «è la prima volta che ti offro questa possibilità, ma sarà anche l’ultima. Rifiuta, e ti lascerò ai miei soldati e poi ti farò crepare di sete e di fame qui dentro.»

Maria non rispose. Shalim le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa. Le si avvicinò ancora e Maria sentì con ribrezzo il rigonfiamento che aveva tra le gambe premerle contro il ventre. «Voglio che mi supplichi di scoparti e poi di ucciderti velocemente. Ti scoperò comunque, lo sai. Voglio sentirti supplicare. E devi essere convincente.»

Maria lo guardò come avrebbe guardato un escremento. «Fottiti, animale», rispose con un fil di voce.

Shalim la schiaffeggiò. E la schiaffeggiò ancora. E ancora. Poi le afferrò i calzoni e li strappò. Maria si dibatté e riuscì a colpirlo con le gambe, ma era debole e la cosa servì solo a farlo infuriare ancora di più: le mollò un pugno allo stomaco che la fece piegare in due con il sangue in bocca. Le artigliò le cosce e la sollevò con la facilità con cui avrebbe raccolto una piuma. Un attimo dopo la penetrò con una sola spinta, facendo forza sui muscoli che la donna aveva istintivamente contratto nel tentativo di tenere fuori quell’intrusione indesiderata. Maria credette che sarebbe morta di dolore. Per un attimo dimenticò perfino di respirare. Aprì la bocca per gridare, ma all’ultimo istante si trattenne. No, non un singolo grido, si impose, non un singolo gemito, nemmeno un sospiro per la soddisfazione di quella creatura ignobile che ora spingeva come un toro dentro il suo corpo ferito.

Per qualche secondo Maria tentò di immaginare che fosse Altaïr quello tra le sue gambe, che fosse lui che la stava prendendo, ma era impossibile. Altaïr non l’avrebbe mai penetrata a freddo, non avrebbe spinto in modo così goffo e selvatico e non avrebbe grugnito come un maiale mentre lo faceva, col fiato pesante che sapeva di vino.

La donna allora serrò le palpebre, si morse le labbra e semplicemente attese che Shalim avesse finito. Fu un’attesa che le parve durare per sempre. Alla fine l’uomo uscì dal suo corpo e le eiaculò sulla pancia gemendo forte. Disgustata, Maria distolse lo sguardo e ringraziò Dio per averle almeno concesso di non ricevere in grembo il seme di quell’abominio. Il dolore all’intero bacino era intenso e bruciante e il sangue le scorreva giù per le cosce in piccoli rivoli rossi.

Quando ebbe concluso, Shalim si richiuse i calzoni e uscì senza aggiungere nient’altro e senza chiudere la porta. Era evidentemente insoddisfatto. Maria lo sentì dire ai carcerieri: «è vostra, fatene quel che vi pare. Ma non uccidetela. Voglio che muoia lentamente.»

«Ce la dividiamo?», disse poi uno dei soldati, quando i passi del comandante si furono spenti su per le scale di pietra.

«No, prima vado io. Poi verrà il tuo turno.»

«Perché prima tu?»

«Perché sono il più vecchio. Taci e aspetta.»

Maria si sentì perduta. Desiderò ardentemente morire in quell’istante. Quando il carceriere entrò nella cella, la donna vide che aveva il pugnale di Altaïr appeso alla cintura; però era quasi sicura che non fosse lo stesso soldato di prima. Ne dedusse che, quando li aveva interrotti per chiedere dell’acqua, era proprio quell’arma che si stavano giocando.

Avvicinandosi, il soldato fece una smorfia nel vedere il sangue tra le gambe di Maria.

«Non mi piace fottere una femmina che sanguina», disse. «è una cosa che me lo ammoscia.»

La donna si concesse una lieve speranza che almeno lui le risparmiasse quell’agonia.

«D’altro canto, ci si adatta», concluse invece il soldato, compiendo un altro passo verso di lei.

«Aspetta», esalò Maria. Improvvisamente le venne un’idea. Era un’iniziativa disperata, ma tanto valeva provare. «Aspetta. Hai detto che non ti piace. Lo facciamo in un altro modo», suggerì, tentando di apparire convincente. «Gli uomini dicono che sono brava con la bocca.»

Lui rimase in sospeso, soppesando la proposta. «Il comandante ha ragione, sei proprio una puttana. Comunque avrai la bocca come la sabbia, ormai.»

«Allora lasciami bere un sorso.»

«Il comandante ha ordinato di non farti bere.»

«Ma ha anche detto che vuole che muoia lentamente», gli ricordò Maria. «Se mi lasci bere un sorso ti soddisferò e poi morirò ancora più lentamente.»

L’uomo restò ancora indeciso, come cercando la fregatura. Maria capì che non doveva essere un tipo particolarmente sveglio, e questo giocava a suo favore. L’altro grande vantaggio era che quest’uomo non veniva da Kyrenia – forse non sapeva neppure che lei era la “donna-che-combatte”.

Il soldato però era ancora sospettoso. Afferrò Maria per il collo e strinse. «La verità è che me lo vuoi mordere, eh, troia?» chiese con ferocia.

Lei annaspò finché non la lasciò andare. Allora inspirò a fondo e tossì forte. «Hai quel pugnale», balbettò quando riuscì a riprendere aria. «Me lo terrai alla gola finché non avrò finito.»

Il carceriere ci pensò ancora sopra, e alla fine gli sembrò che l’offerta fosse valida. Prese la brocca da terra e l’avvicinò alle labbra di Maria, che finalmente poté dissetarsi. L’uomo non le concesse più di due o tre sorsi prima di rimettere il contenitore da una parte. Estrasse il pugnale dalla cintura e ne accostò la lama al collo di Maria, mentre apriva i cerchi di ferro che le stringevano i polsi.

Quella era l’unica occasione che Maria avrebbe avuto, e ne era perfettamente consapevole. Non appena fu libera dalle catene, si abbassò con la maggior velocità che le fu possibile, liberandosi momentaneamente dalla minaccia della lama. Con lo stesso movimento sferrò un calcio tra le gambe al suo carceriere, che urlò di dolore. Maria approfittò dell’istante favorevole per colpirgli il polso con tutta la forza che le era rimasta. In un altro momento sarebbe probabilmente riuscita a spaccarglielo, ma riuscì comunque a fargli aprire le dita di riflesso e a impadronirsi del pugnale. Resosi conto dell’errore, lui si girò, estrasse la spada e tentò un affondo, ma Maria schivò di nuovo per un soffio e sfruttò l’attimo di squilibrio per passare al contrattacco e colpirlo lateralmente al collo. Dalla ferita sgorgò un fiotto di sangue come da una fontanella, e lui scivolò a terra agonizzando. Maria però dovette immediatamente difendersi da una nuova aggressione, perché l’altro carceriere era stato attirato dal trambusto ed era venuto a controllare. L’uomo cercò di colpirla con un fendente, ma Maria riuscì a evitarlo e a schivare anche quello successivo. Strisciando, raggiunse la spada del soldato morto, strinse le dita attorno all’elsa e si voltò appena in tempo per deviare un’altra stoccata. La lama del suo avversario urtò contro la parete di pietra, producendo una cascata di scintille. Contemporaneamente, Maria gli colpì con un calcio il ginocchio su cui stava facendo perno e lo mandò a stramazzare a terra. Subito gli fu sopra e gli piantò il pugnale alla base del collo con la poca energia che le rimaneva. L’uomo strillò e si dimenò come un animale al macello e Maria dovette colpirlo ancora due volte prima di riuscire a farlo tacere.

Quando fu tutto finito, scivolò lei stessa a terra, supina, ansimando e tremando, le dita della mano destra che stringevano convulsamente l’elsa del pugnale. Fissò il soffitto per qualche secondo, cercando di riprendere fiato. Poi il timore che i rumori di lotta avessero allertato qualcuno prese il sopravvento e la donna decise di muoversi. La brocca era caduta da un lato e l’acqua si era rovesciata sul pavimento, ma una parte del liquido era ancora dentro il recipiente. Il pane era stato calpestato. Maria bevve e mangiò tutto con avidità, restituendo un minimo di energia al suo corpo stanco. Con le dita incerte e goffe per la tensione e rese rigide dal tempo passato legata e incatenata, spogliò il cadavere del secondo soldato, quello più piccolo e snello. Si mise addosso i suoi vestiti e la sua cotta di maglia, alzandosela sopra la testa. Strappò due pezzi di tessuto più o meno pulito dalla tunica dell’altro corpo: con uno si pulì la faccia meglio che le fu possibile, mentre l’altro se lo mise tra le gambe, sperando che arrestasse o almeno arginasse la perdita di sangue. Poi si alzò, uscì e chiuse la porta a chiave. Contava che sarebbe trascorso un po’ di tempo prima che i due cadaveri venissero scoperti.

Risalì le scale. Era arrivata all’altezza del cortile quando vide un’altra guardia scendere i gradini che portavano agli appartamenti superiori del castello. Ebbe il terrore di essere subito smascherata e si preparò ad estrarre di nuovo la spada, ma l’uomo le passò vicino senza degnarla di uno sguardo e proseguì per la sua strada. Maria sospirò e uscì nel cortile. Il sole era alto, ma la donna non avrebbe saputo stabilire se fosse passato un solo giorno oppure due dall’esecuzione dei capi della Resistenza. Il patibolo occupava ancora la parte est del cortile ma i loro corpi erano stati rimossi.

Il cancello della cerchia interna era aperto, ma non quello della cerchia esterna, guardato da una decina di soldati, senza contare gli arcieri sui ballatoi. Le passò per la mente l’idea di provare a farsi aprire con una scusa, ma il rischio di venire scoperta ancora prima di aprire bocca era altissimo. Ad una visione attenta e ravvicinata, chiunque si sarebbe accorto che era una donna. E anche se non fosse accaduto, quali erano le probabilità concrete che credessero alla sua bugia e aprissero il cancello per lei? Se si fosse venuti allo scontro, nelle condizioni fisiche in cui si trovava Maria non sarebbe durata neanche una manciata di secondi prima di soccombere. In parole povere, in quel momento non era molto più libera di quanto non lo fosse poco prima, in cella.

Cercò di camminare normalmente per non attirare l’attenzione su di sé, nonostante le ginocchia le tremassero per l’inedia e lo sforzo compiuto. Girando al largo dai soldati che attraversavano il cortile interno, passò di fronte alla bottega del fornaio: era deserta, anche se il forno acceso e il pane messo a cuocere indicavano che il proprietario non aveva in programma di restare assente a lungo. Maria si intrufolò all’interno e rubò tre grossi pani, che nascose sotto la tunica, uscendo poi con la maggior rapidità che il suo corpo le consentiva.

In un angolo nella parte nord del cortile c’erano le stalle, divise in un piano terra, dove riposavano i cavalli, e un soppalco in legno per immagazzinare la paglia. Maria vi entrò. Sapeva che quello non era un buon posto dove stare quando al castello si fossero accorti dei due cadaveri nelle segrete, ma per il momento non vedeva molte altre soluzioni. Se almeno avesse posseduto le abilità di scalatore di Altaïr, avrebbe potuto provare a salire sul ballatoio della cinta esterna e poi a calarsi dalle mura…

Al centro del piano terra delle stalle era posto l’abbeveratoio, colmo fino quasi all’orlo: la donna vi immerse la faccia e bevve con tutta la frenesia e l’urgenza di chi non beve da giorni. Le sembrò che l’acqua le invadesse tutto il corpo come una linfa, dandole nuova forza. Quando la sua sete fu soddisfatta, salì le scale, si sedette in un angolo tra il soffitto e la paglia e mangiò tutti e tre le forme di pane, una dietro l’altra.

E mentre mangiava, decideva in che modo Shalim figlio di Moloch doveva morire.
:iconjael-kolken:
Sorry, Italian only! For me it's too hard and too long to translate this fanfic in English! :(
If you want to try and read it anyway, you can use google translator: [link]
If someone is interested in translating it, I will be super happy to help him! :) :heart:

Capitolo V
Capitolo VII

ATTENZIONE, QUESTO CAPITOLO E' MOLTO VIOLENTO! CI SONO SIA LA TORTURA CHE LO STUPRO! NON LEGGETE SE NON VE LA SENTITE!

E' stato difficile scrivere questa parte. Sono contenta di essermene liberata, anche se - ovviamente - le conseguenze di ciò che è accaduto segneranno profondamente il seguito della fanfic. :(
Da adesso in poi, però, largo alla vendetta. Perché ci vuole.
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:iconelkade:
Sei crudele. :tears: Sadica. :tears: E pure masochista. Come hai fatto a finire di scrivere un capitolo del genere?! :jawdrop:
In ogni caso, apprezzo molto la crudezza di questo capitolo, ma anche il tuo entrare nel personaggio. Mi è già capitato di leggere una scena simile in un libro, ma l'ho trovato solo orrendamente e squallidamente superfluo (probabilmente perché era scritto da un uomo, e un uomo particolarmente incapace nonché insensibile), mentre tu sei riuscita a rendere il tutto in modo da far crescere in modo esponenziale la rabbia nel lettore. Bel lavoro ;)
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jul 8, 2011  Professional Digital Artist
Grazie mille, sono felice che il capitolo ti sia piaciuto. :) Non è stato assolutamente semplice scriverlo. A tratti mi bloccavo non perché mi mancassero le parole, ma perché mi sentivo tremendamente in colpa. XD Comunque alla fine sono abbastanza soddisfatta di com'è uscito. :)
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:iconelkade:
DEVI sentirti in colpa. Povera Maria! XD
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:iconnocturnadraco:
~NocturnaDraco Jun 17, 2011  Student Digital Artist
Non ho mai paintato così tanti insulti mentr eleggevo una fanfic. Quando Altaìr lo saprà fara una strageeeeeeeee!!! >A< Non vorrei essere nei panni di Bouchart e Shalim quando accadra. Me li immagino: stanno scendendo ridendo e scherzando le scale per andare in cortile e trovano il lago di sangue e corpi ammassati, e al centro Altaìr furente all'ennesima potenza... Della serie: "E mo' so ***** amari!"...

*Intanto anche questo capitolo è finito tra i fav =D*
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 17, 2011  Professional Digital Artist
Forse ti sembrerà strano ma anche io ero incazzatissima mentre scrivevo questo capitolo... XDDDDD
Devo dire che mi sento sollevata di avere sorpassato questa parte. E' stata dura da scrivere. :/
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:iconnocturnadraco:
~NocturnaDraco Jun 17, 2011  Student Digital Artist
XD potere dell'immedesimazione.

Immagino. Insomma, sono tematiche piuttosto pesanti... Mi stupirei invece del contrario, se ti fosse sembrato facile...
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:iconmakiyukishiro:
Maldito Shalim, merece ser castrado, extirpada cada una de sus uñas, sus ojos sacados de las cuencas y finalmente ser abierto en dos!!!

sorry but I love Maria a lot and I couldn't resist to say it... I demand a vendetta!!! cruel vendetta!!!!

BTW beside what happened to Maria it's a good chapter I really like your writing style
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Jun 17, 2011  Professional Digital Artist
Thank you! I'm really happy you like the chapter, apart from the violent contents. Maria will have her revenge, I promise. :hug:
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:iconmakiyukishiro:
I'll be waiting :la:
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:icontiki83:
Penso che domani rivedrò quella grandiosa pellicola chiamata Lady Vendetta... le motivazioni sono diverse, ma il fine è lo stesso. Complimenti per lo stile, sei riuscita a trasmettere angoscia e rabbia allo stato puro :)
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