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(Contains: violence/gore and strong language)
Si risvegliò qualche ora dopo, dolorante e sudata, ma riposata. Non sapeva per quanto tempo aveva dormito, ma a giudicare dalla calura che aveva invaso la capanna doveva essere già pomeriggio inoltrato. Quando si alzò a sedere le cadde in grembo una pezza di lino bianco e umido che le era stata appoggiata sulla sua fronte, e di cui non si era neppure accorta fino a quel momento. Maria gettò uno sguardo intorno a sé si rese conto di essere sola. Si rimise in piedi, raggiunse la porta, la dischiuse e diede un'occhiata all'esterno: non vide nessuno, se non le sagome piccole e distanti di qualche contadino al lavoro nei campi. Allora richiuse la porta, si spogliò buttando da una parte i vestiti lordi di sangue ed iniziò a lavarsi con l'acqua del secchio lasciatole dai proprietari della casupola.

Per prima cosa vi immerse tutta la testa, frizionandosi la cute con energia per eliminare ogni residuo del sudiciume della sua cella e della polvere della strada, poi strizzò i capelli e si dedicò al resto del corpo, facendo attenzione a non allentare le bende che le stringevano il busto e le braccia. Pressoché ogni movimento le costava almeno qualche scintilla di dolore, ma sciacquando via lo sporco e il sudore dalla propria pelle le sembrava quasi di liberarsi di almeno una piccola parte delle orribili sensazioni che le aveva lasciato la prigionia al Castello del Leone. La perdita di sangue tra le gambe doveva ormai essersi arrestata, dato che non ne uscì altro dopo che Maria si fu detersa. La carne delicata e ferita bruciava ancora tremendamente al tatto ed i muscoli si serravano all'istante, quasi ribellandosi al suo stesso tocco; ma la donna decise di considerare solo il lato positivo dell'indiscusso miglioramento della propria condizione fisica. Se non altro, non avrebbe dovuto portare avanti ancora la bugia sul suo mestruo che aveva raccontato poche ore prima ad Altaïr.

All'improvviso udì il nitrito di un cavallo, un rumore di zoccoli sulla terra battuta e subito dopo dei passi appena fuori dalla capanna, quindi si affrettò a rimettersi addosso la tunica. Nello stesso momento la porta si aprì ed entrò Altaïr. Si era lavato e rasato di fresco ed indossava una nuova veste bianca, sebbene leggermente diversa, più semplice e priva delle falde corte di cui era provvista quella precedente. Teneva tra le mani un involto celato entro un panno grigio ripiegato su se stesso.

«Vedo che ti sei svegliata», constatò.

«Sì. Da poco», rispose Maria. La tunica logora la copriva abbondantemente fino a metà coscia, e nonostante questo si sentiva ancora in imbarazzo. «Ne ho approfittato per darmi una lavata».

Altaïr si avvicinò e si sporse su di lei per premere le labbra sulla sua fronte. «Ti si è alzata la febbre mentre dormivi. Ma mi sembra che si sia già abbassata.»

«Hai comprato dei vestiti nuovi?», chiese Maria.

«Sì», rispose l'Assassino. «Sono già stato ad Agios Epiktitos e tornato. Ne ho presi anche per te. Spero vadano bene.»

Appoggiò l'involto sul tavolo e uscì. La donna apprezzò molto la sua discrezione. Quando fece spiegare i vestiti di fronte a sé, notò che l'Assassino si era preoccupato di trovarne che somigliassero a quelli che Maria aveva portato ad Acri: pantaloni blu scuro e una tunica maschile di un sobrio colore azzurro-grigio, sebbene con delle piccole rifiniture bianco avorio sull'orlo delle maniche e del collo. Ne sorrise tra sé e li indossò. Erano un po' troppo grandi per lei; ma questa era una cosa a cui era abituata da anni, dato che aveva sempre portato vestiti maschili sul suo snello corpo femminile. Per rimediare le bastò rivoltare l'estremità dei pantaloni verso l'interno e stringere bene la cintura sopra la tunica. Legò i capelli ancora bagnati in una crocchia sulla nuca perché non la infastidissero, e uscì a sua volta.

La luce esterna era quella calda e dorata del pomeriggio che digradava verso il tramonto. Altaïr aveva legato il proprio cavallo al ramo più basso di un giovane leccio dal tronco argenteo che cresceva poco lontano dall'abitazione, e gli stava dando una strigliata con una spazzola di legno e saggina. Quando udì il rumore della porta che si apriva si voltò verso di lei e Maria intravide un sorriso nei suoi occhi. «Va meglio?» le chiese dolcemente.

Maria annuì con un cenno della testa e gli si affiancò in silenzio. Altaïr le circondò la vita con il braccio sinistro e la trasse contro il proprio corpo. Per qualche secondo rimasero immobili, viso contro viso, godendosi quel semplice contatto e il suono dei loro respiri. Poi con un piccolo movimento l'Assassino trovò le labbra di lei con le proprie e vi posò il più casto ed innocente dei baci. Maria trovava rassicurante e tranquillizzante l'estrema delicatezza che Altaïr stava usando con lei, anche se in un qualche angolo remoto della sua mente temeva il momento in cui le avrebbe chiesto qualcosa di più che un semplice bacio a fior di labbra.

«Come vanno le tue ferite?» gli chiese quando si staccarono l'uno dall'altra.

«A posto.»

«Mi inquieta sempre, quando dici così. Dopo voglio dare un'occhiata.»

«Ai tuoi ordini.»

«Ora che ci rifletto, è un peccato che abbiamo abbandonato l'altro cavallo sulla strada», commentò Maria, cambiando argomento. «Avremmo potuto venderlo, in città. Era una bella bestia.»

«Abbiamo ancora questo. Non ti facevo così avida», disse Altaïr, con un finto tono serio.

«E tu invece hai le mani bucate. Mi ha impressionato la questione della moneta d'oro.»

«Ya ilahi!» esclamò l'Assassino. «Non posso credere che tu ci stia ancora pensando.»

«Scusa se non sono abituata ai lussi come voialtri Assassini…»

«Veramente non siamo noi che compriamo le isole, qui.»

Maria non poté trattenere una piccola risata e si allungò su di lui per baciarlo sulla guancia.

In quel momento tornarono anche i padroni di casa. Dovevano avere fatto visita al villaggio più vicino per iniziare a spendere il piccolo patrimonio che si erano ritrovati all'improvviso tra le mani: lui trainava con una mano tre vacche legate tra loro e con l'altra un paio di capre, mentre lei teneva quattro galline sotto le braccia.

«Se non altro, potrai sostenere di avere arricchito una coppia di villani», ironizzò Maria, pungente, ma rivolgendo alla coppia il più gentile dei sorrisi.

La moglie del contadino scaricò senza troppi complimenti tre delle quattro galline nell'aia fino a quel momento vuota; prese invece saldamente tra le mani la quarta, la più grossa, e le tirò il collo provocando un violento scrocchio di ossa e un breve ma acuto strillo. Poi si rivolse a loro e disse qualcosa accennando prima alla gallina che ora ciondolava morta dal suo pugno e poi alla porta di casa.

«Il mio greco è a dir poco penoso, ma credo che ci stia invitando a cena», disse Altaïr.

«E adesso chi glielo dice che odio il pollo?» scherzò Maria.

Mentre la gallina arrostiva sul fuoco, Maria insistette ancora per controllare le ferite di Altaïr. Ma dopo averlo fatto spogliare, scoprì che i tagli erano già stati suturati e che il lavoro era più che soddisfacente.

«Questa non è opera tua», valutò, osservando i punti piccoli e ordinati con cui era stata richiusa la lacerazione sul fianco.

«No, infatti», rispose l'Assassino. «Ad Agios Epiktitos ho trovato un chirurgo. Ora ci credi, che sono a posto?»

«Ci credo», si arrese la donna.

«è delusione quella che sento nella tua voce?»

«Un po'», ammise sinceramente Maria. «Almeno sarei servita a ricucirti.»

Altaïr si sporse verso di lei e sui suoi asciutti lineamenti la donna poté leggere chiaramente la comprensione profonda di quel che aveva inteso dire. «Hayete», le mormorò nell'orecchio, come per rivelarle un segreto, accarezzandole lievemente il volto con l'indice della mano destra. «Anta allathi yaj'aluni atanafas.»

Maria sentì la faccia in fiamme e lo scostò con una piccola spinta, balbettando qualcosa su quanto era stupido. Era del tutto impreparata a simili dichiarazioni d'amore incondizionato e non sapeva come reagire. Per sua fortuna, in quel momento intervenne il contadino per chiamarli a cena: si sedettero al tavolo insieme a loro e mangiarono pollo e insalata di pentaramia e frutti di bamies bagnati con succo di limone. Dopo cena, la coppia di contadini fece intendere loro – sempre a gesti – che se quella notte avessero voluto dormire in casa loro, sarebbero stati i benvenuti; ma Altaïr e Maria rifiutarono. Avevano perso molto tempo e Bouchart aveva guadagnato un altro giorno su di loro. Dopo avere salutato i loro ospiti risalirono a cavallo e ripresero la strada per Agios Epiktitos. Mantenendo il trotto moderato che Altaïr impose alla loro cavalcatura, impiegarono un paio d'ore per arrivare in vista della costa e del centro abitato.

Come Maria ebbe modo di constatare osservandone da lontano le rare luci nell'oscurità notturna, più che di una città si trattava di un grosso villaggio, privo di mura, con una sola chiesetta al centro e un piccolo porto dov'erano ormeggiate le barche dei pescatori rientrate al tramonto. Niente a che vedere con Kyrenia o Limassol.

Entrarono indisturbati e lasciarono il cavallo nelle stalle più vicine. Il proprietario conosceva qualche parola di arabo, cosicché Altaïr poté contrattare rapidamente mentre Maria faceva un giro dei dintorni. Quando si riunirono, l'Assassino le mise in mano il sacchetto di cuoio con i soldi guadagnati dalla vendita.

«Vuoi darli a me?» chiese Maria, perplessa.

«Non sei tu che hai preso i cavalli, al Castello del Leone?» rispose Altaïr. «Magari ti torneranno utili. A me non servono.»

«Come preferisci», concluse la donna, legando i lacci del sacchetto alla propria cintura, accanto al fodero col pugnale. «Ho camminato fino al porto. È pressoché deserto, se non per qualche pescatore che sta ancora sistemando le reti. C'è una sola locanda aperta. Se vuoi che troviamo una nave, forse dovremmo chiedere lì.»

L'Assassino annuì e si lasciò condurre alla locanda. L'ambiente non era molto affollato, ma essendo piuttosto angusto ci si muoveva ugualmente a fatica. La stanza era satura del fumo delle lampade a olio che la illuminavano e dell'odore degli uomini che bevevano, giocavano e ridevano sguaiatamente raccontandosi aneddoti in greco, turco e altre lingue che Maria non riconosceva. In un altro momento non avrebbe esitato ad entrare insieme ad Altaïr, ma questa volta la sola idea di ritrovarsi addosso qualcuno di quei luridi esseri che gozzovigliavano tra rumori e miasmi di ogni tipo le faceva rivoltare lo stomaco. Decise quindi di attendere fuori dalla soglia, seppur tenendo d'occhio il suo uomo nel caso avesse avuto bisogno di una mano. Nel momento in cui Altaïr entrò, molti degli avventori smisero per qualche secondo di fare baccano e fissarono la figura col cappuccio bianco che si faceva largo per raggiungere il bancone; ma lui non ci fece caso e si rivolse all'oste, un uomo basso, dal ventre prominente e la folta barba grigio scuro. Come Maria poté interpretare sulla base dei loro gesti, l'Assassino impiegò qualche minuto per riuscire a farsi intendere dal proprietario del locale; ma alla fine quest'ultimo dovette capire la sua richiesta, perché gli indicò con l'indice un uomo che beveva con altri quattro amici, seduto dalla parte opposta della locanda, proprio accanto all'entrata dove si era fermata Maria.

Altaïr si diresse verso di lui. L'uomo che gli era stato indicato era un tipo smilzo, sebbene con due braccia sproporzionatamente muscolose. Indossava abiti che un tempo dovevano essere stati variopinti, ma i cui colori erano ormai appiattiti su un marrone/grigio dalle sfumature indefinibili. Il cranio era perfettamente calvo e lucente se non per una lunga ciocca di capelli neri come il carbone che dal centro della testa scendeva sulla schiena, stretta in numerosi anelli d'ottone. La faccia ossuta dai lineamenti chiaramente orientali era rossa per il troppo vino e dominata dalla presenza di due grossi baffi corvini.

Avvicinatosi, Altaïr si chinò su di lui e lo salutò cortesemente: «Masaa el kheer, sayedi. Parli arabo?»

«Moss eyri, khaneeth», lo insultò in cambio il suo interlocutore. Provocò così le risate dei suoi amici e nello stesso tempo rispose indirettamente alla domanda che gli era stata posta; ma in un modo che Altaïr non dovette apprezzare, perché subito lo afferrò per la nuca e gli spinse la testa contro il tavolo. La faccia che cozzava contro le assi di legno mandò un boato, seguito dal rumore di un boccale di metallo che si rovesciava a terra e dai compagni dell'uomo che scattavano in piedi in preda allo shock. Prima ancora che potessero reagire, l'Assassino fece scivolare in avanti la lama nascosta, abbastanza vicino alla gola del suo interlocutore da aprirgli un graffio superficiale sulla pelle irta di peli neri. Lui si immobilizzò, il naso rotto che colava sangue e lo sguardo fisso sull'acciaio affilatissimo che gli sfiorava la carotide. Tutti gli avventori sembrarono rimanere bloccati in quella stessa sospensione, gli occhi puntati sui due protagonisti della scena e la stanza improvvisamente silenziosa quanto una chiesa. Maria estrasse il pugnale e lo tenne dietro la schiena, pronta a colpire se fosse stato necessario.

«Mi chiamo Altaïr», disse l'Assassino con lo stesso tono neutro che avrebbe usato incontrandolo per la strada e stringendogli la mano. «Io e la mia compagna abbiamo bisogno di un passaggio fino a Limassol e mi hanno detto che tu puoi procurarmelo.»

«Non sono io il capitano», balbettò l'altro, senza staccare gli occhi dall'arma puntata al proprio collo.

«Allora portami da lui», gli ordinò. Alzò lo sguardo sugli altri, che avevano messo mano alle shamshir appese alle loro cinture, e aggiunse: «Chiunque estragga la spada è un uomo morto».

«Ebn el sharmoota!», gridò quello più vicino, ma non fece nemmeno a tempo a sfoderare completamente il ferro ricurvo prima che Altaïr balzasse in avanti e gli piantasse la lama nascosta nella pancia. L'uomo si accasciò all'istante tra le sue braccia e l'Assassino lo adagiò a terra. «Nessun altro?», chiese poi, guardandosi intorno con calma quasi serafica.

I quattro uomini si scambiarono un'occhiata esterrefatta.

«La nostra nave non porta passeggeri, straniero», tentò di nuovo con cautela l'uomo dai baffi neri.

«Li porterà questa volta», decretò l'Assassino. «Mi condurrai dal tuo capitano, e gli dirai che posso ripagarlo bene per il disturbo. Cammina di fronte a me.»

L'altro esitò ancora un momento, poi con un cenno ordinò agli altri di portare via il cadavere e uscì dalla locanda, seguito da Altaïr. Maria tenne il loro passo. Aveva rinfoderato il pugnale, ma rimaneva all'erta per eventuali mosse a sorpresa del loro futuro compagno di viaggio.

Camminarono in silenzio per diversi minuti. La loro guida li condusse verso est, lungo la costa, fino ad una rada poco fuori dal villaggio. L'oscurità era pressoché completa, se non per il primo timido spicchio di luna sorto nel cielo notturno, ma una porzione della spiaggia era illuminata dalla luce gialla di un paio di fuochi accesi, e Maria vide molte sagome scure di persone raccolte intorno ad essi. Sul bagnasciuga sassoso erano state tirate in secca tre scialuppe, e nonostante il buio si intravedeva chiaramente la forma di una nave che si dondolava pigramente sulle onde, non troppo lontano dal litorale. Nel complesso, agli occhi di Maria la scena sapeva decisamene di già visto. Ma più che preoccuparsi di questo, tutti i suoi sensi erano concentrati sul pericolo insito in quella situazione, ad un livello quasi fisico.

«Altaïr», mormorò, quando l'uomo dai baffi neri si allontanò da loro per andare a parlare col suo capitano. L'Assassino non disse nulla, ma la donna sapeva che era già pronto a difendersi nel caso i contrabbandieri avessero attaccato.

Vi fu un intervallo di silenzio pressoché totale, se non per la risacca delle onde sulla battigia. La loro guida si era avvicinata a quello che doveva essere il capitano, e stava parlando con lui. Benché fosse difficile distinguere perfettamente le sagome in controluce, Maria si rese conto che alcuni pirati avevano già messo mano alle spade. La donna si mise subito sulla difensiva; ma il capitano alzò la mano per frenare i suoi uomini e poi compì qualche passo verso i due nuovi arrivati, come squadrandoli. Più si avvicinava, più Maria si convinceva di conoscere quella sagoma robusta e quella testa calva su cui riverberava la luce rossa delle fiamme.

Dopo qualche momento, l'uomo ruppe il silenzio. «Essad ti ha portato a Kyrenia da Limassol, Assassino», disse una voce familiare. «Ora vuoi che Essad ti riporti indietro?»

Maria sospirò, sollevata. Altaïr gli si avvicinò e i due finirono per stringersi la mano. «Da quando sei diventato capitano, Essad?», gli chiese.

«Poco», rispose lui. «Quello prima era arrabbiato e diceva che Essad aveva ucciso uno degli uomini. Abbiamo discusso», aggiunse, voltando la faccia verso sinistra, in modo che il fuoco dietro di lui gli illuminasse una ferita ancora fresca che gliela percorreva obliquamente dalla fronte al mento. «Poi lui è scivolato sulla shamshir di Essad. Tre volte.»

Nonostante la visione di quell'orribile sfregio, Maria non riuscì a soffocare completamente la risata che salì alle labbra figurandosi la scena dipinta con tanta serietà dal capo dei contrabbandieri.

«Ho bisogno di tornare a Limassol, Essad», disse Altaïr. «Il più rapidamente possibile. Mi hanno detto che anche voi siete diretti lì.»

«Vero», rispose lui. «Fra due giorni.»

«Posso pagare in oro sia per il viaggio che per la partenza anticipata.»

«Assassino, stasera hai ucciso un altro dei miei», gli fece placidamente notare il pirata. «Essad dovrebbe farti appendere per il collo all'albero maestro.»

«Pagherò anche per il danno arrecato», rispose Altaïr.

«Questo va bene», approvò il nuovo capitano, e batté le mani. «Partiamo per Limassol», ordinò, rivolgendosi ai suoi uomini. Qualcuno ripeté l'ordine in turco e tutti corsero alle scialuppe.

Mentre l'equipaggio preparava la nave per prendere il largo, Altaïr ed Essad si accordarono sul prezzo del viaggio. Poco dopo, finalmente i pirati levarono l'ancora. La nave priva di insegne si diresse prima verso nord, tagliando le onde, e poi virò verso occidente e subito le vele si riempirono del vento di Grecale che spinse l'imbarcazione quasi a volare sull'acqua. Maria rimase in piedi a prua, in parte perché non si fidava affatto dei loro accompagnatori e non aveva alcuna intenzione di abbassare la guardia; in parte perché voleva aspirare l'aria marina. Fresca e pungente, lasciava addosso il sapore acuto del sale. Per qualche motivo, immergersi in quel vento salmastro la faceva sentire pulita.

Ma tu non sei affatto pulita, non è vero? Per quanto ti lavi non sarai mai pulita,ricordò involontariamente a se stessa. All'improvviso, come un fulmine, le tornò di fronte agli occhi l'immagine di Shalim e del suo sorriso sadico e quasi si sentì addosso le sue luride mani invadenti. Così vivido era il ricordo di quel momento, che le parve di avvertire ancora la pressione delle sue unghie sulla carne morbida delle cosce, mentre senza alcuno sforzo la sollevava da terra…

«Hai freddo?», le chiese Altaïr. Solo in quel momento Maria si accorse della sua presenza dietro di lei. «Non dovresti restare qui. Rischi di far rialzare la febbre».

«Non ho freddo», gli rispose.

«Stai tremando».

«Ho detto che non ho freddo». La voce le uscì più aspra di quel che avrebbe voluto.

Altaïr non insistette, ma l'abbracciò da dietro per ripararla dalle raffiche più violente. Maria non l'avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, ma avvertire il calore del suo corpo contro il proprio si rivelò estremamente piacevole e soprattutto scacciò all'istante l'orribile quanto tangibile ricordo di Shalim.

«Alla fine, gli ho dato quasi tutto quel che mi rimaneva», stava dicendo l'Assassino. «A Essad. D'altronde era la nostra unica possibilità di tornare subito a Limassol».

«Quindi in definitiva avevo ragione ad essere avida, come mi hai definita», lo punzecchiò Maria, con grande soddisfazione personale.

«Il denaro dovrebbe comunque bastare per entrambi.»

«Per il viaggio fino ad Acri?» chiese la donna.

«Per il viaggio fino a Masyaf», la corresse lui, posandole un bacio sul collo.

Per un attimo Maria rimase attonita, poi alzò lo sguardo verso Altaïr e nei suoi occhi lesse una risposta affermativa alla sua silenziosa domanda. Confusa e incapace di decidere come reagire, Maria restò in silenzio a guardare le onde che si infrangevano in nuvole di spuma bianca contro lo scafo della nave pirata.

Navigarono per tutta la notte, rimanendo sempre in vista della costa. Di tanto in tanto si intravedevano le timide luci di qualche centro abitato, ma per la maggior parte del tempo il lungomare restava buio e nero contro un cielo che lentamente scoloriva a oriente. Era quasi l'alba quando doppiarono Capo Akamas e cambiarono rotta, muovendosi verso sud. Avendo perso il vento in poppa la nave ora procedeva meno spedita; cosicché era già mattina inoltrata quando oltrepassarono le due città gemelle di Pafos, dove gli antichi dicevano che era nata Venere, ma che ora apparivano come due villaggi pressoché disabitati. Finalmente sul principio del pomeriggio giunsero in vista della cittadina di Episkopi, distante poco più di dieci chilometri da Limassol.

«Essad non può portarvi più vicini di così», spiegò loro il capitano, e li fece salire su una scialuppa che li condusse a terra. Prima di allontanarsi dalla spiaggia, Maria si girò un'ultima volta verso di lui e lo vide ancora immobile a osservarli dal ponte della sua nave.

A Episkopi presero in affitto un paio di robusti cavalli berberi dal manto bruno e procedettero al galoppo verso Limassol; impiegarono così poco più di mezz'ora per giungere alla porta ovest della città. Era ancora sorvegliata, ma più si avvicinavano all'entrata di Limassol, più Maria si convinceva che le sentinelle non erano né Templari né soldati della guardia cittadina. Quando furono a pochi passi da loro fu chiaro che si trattava di un gruppo di semplici civili armati chi con spade e chi con mazze, raccolte chissà dove. Essi si misero in guardia; uno di loro riconobbe l'Assassino e gridò: «O aetòs tou Masyaf!» puntando la spada contro Altaïr e Maria con il gesto goffo di chi non è abituato a maneggiare un'arma.

«Siete della Resistenza, immagino», disse l'Assassino trattenendo il proprio cavallo, che scalpitava percependo la tensione. «Siamo vostri alleati. Lasciateci passare.»

«Prodòte!» gridò un altro, estraendo la propria lama, imitato da tutti gli altri.

Altaïr e Maria fecero retrocedere i loro destrieri di qualche passo. «Non intendo combattere contro di voi», disse l'Assassino, e diede di sprone. Maria fece altrettanto e insieme travolsero la fragile barriera umana. La gran parte del gruppo si scansò in tempo, mentre un paio di loro vennero colpiti in pieno e scaraventati a terra. I due cavalieri si gettarono al galoppo nelle strade di Limassol, diretti verso la zona del porto. In città erano evidenti i segni degli scontri armati che dovevano essersi susseguiti in quei giorni e per le vie si contavano i cadaveri.

«Stanno andando a dare l'allarme», disse Maria dopo essersi voltata un'ultima volta a guardare verso la porta da cui entrano entrati.

«Lascia che facciano», rispose Altaïr. «Immaginavo che non avremmo potuto fare affidamento sulla Resistenza. Quelli di Kyrenia avranno sicuramente comunicato con Alexandros.»

«A quanto pare, si sono ripresi la parte ovest della città», valutò Maria. «L'unico luogo in cui è probabile che potremo trovare Bouchart a questo punto è il castello. Sempre che lui si trovi ancora a Limassol».

Nelle vicinanze della fortezza c'era un gran subbuglio; del tutto inusuale per chi, come loro due, ricordava Limassol come poco più che una città fantasma. Sul percorso incrociavano decine di persone che fuggivano nella direzione opposta alla loro. Dovettero rallentare le andature e mettere i cavalli al trotto per cercare di non investirle e calpestarle. L'aria era sempre più greve di fumo e piena di rumori di battaglia, stridii di ferraglia e grida di uomini.

Maria si accorse presto che la nube di fumo si innalzava proprio in corrispondenza del castello; e quando infine giunsero di fronte ad esso poterono assistere all'origine di tutta quella confusione. «La Resistenza ha attaccato il castello», constatò Maria, incredula.

Pur essendo peggio armati e quasi per nulla addestrati, i cittadini di Limassol erano riusciti ad aprirsi un varco nella difesa della fortezza e ad incendiare la porta, che era stata poi sfondata con un ariete. Ora molti di loro combattevano nel cortile del castello; ma nonostante il numero dei Templari fosse decisamente ridotto, nello scontro corpo a corpo si misurava la loro netta superiorità nell'uso delle armi. I membri della Resistenza cadevano l'uno dopo l'altro, schiacciati come formiche alle prese con i giganti.

«Che inutile massacro», commentò Altaïr, scendendo da cavallo. «Alexandros deve avere perso la ragione.»

«Se non altro, ci hanno aperto la porta», gli fece notare Maria. Prima di seguirlo, sottrasse una spada al cadavere di un Templare. Pesava un po' troppo nella sua mano, ma non era certo il caso di fare gli schizzinosi in un momento del genere.

Dal portone si alzavano ancora lingue di fuoco che divoravano il vecchio legno crepitando furiose. Altaïr atterrò con un calcio le ultime assi rimaste in piedi sul lato della porta già sfondato ed entrò nel cortile, sguainando la spada per trafiggere il primo Templare che gli sbarrò il passo. Maria lo protesse sul fianco destro parando il colpo laterale di un altro soldato e contrattaccando subito dopo.

Quasi subito si trovarono circondati a combattere schiena contro schiena, perché nel frattempo il numero degli uomini della Resistenza era calato vertiginosamente, e i loro cadaveri affollavano il terreno, rendendo complicato ogni movimento.

All'improvviso udirono una voce familiare provenire dall'alto, sopra le loro teste: «Guarda chi si rivede. Il pagano e la puttana».

Maria alzò lo sguardo per incrociare quello oscuro e scintillante di Barnabas che, ritto sul ballatoio delle mura, li fissava con una sorta di divertita sorpresa negli occhi. «Ero convinto che a quest'ora almeno uno di voi due stesse penzolando dalla forca».

«Vieni qui a dirmelo, pezzo di merda!» urlò Maria, con l'odio allo stato puro che le ribolliva nelle vene; ma quasi non poté finire la frase, perché dovette difendersi dall'incalzare dei loro nemici.

In quel momento un nuovo gruppo armato fece irruzione nel cortile gridando e travolgendo alcuni Templari alla porta. Alla testa del nuovo manipolo della Resistenza, Maria individuò Alexandros. Anche lui li riconobbe all'istante e gridò un ordine in greco ai suoi uomini, indicando sia loro che i Templari che li circondavano. Subito il gruppo partì all'assalto mulinando disordinatamente spade e falcioni. Maria capì che la situazione sua e del suo compagno era peggiorata tutto d'un tratto, perché ora erano diventati un nemico comune e dovevano difendersi sia dagli attacchi dei Templari, sia da quelli dei cittadini di Limassol.

«Alexandros!», gridò Altaïr. «Non abbiamo tradito la Resistenza. Kyrenia è libera! Alexandros, ascoltami!»

Lui non solo non diede segno di volergli credere, ma anzi lo aggredì a sua volta cercando di colpirlo con la sua lama. «Sapevo di non potermi fidare di un Assassino che si portava appresso una Templare!», gridò, furente.

Altaïr parò facilmente senza contrattaccare, ma nello stesso momento rischiò di essere colpito dal fendente di un Templare e Maria dovette balzare lateralmente per bloccarlo. Roteò la lama, liberandosi dalla pressione del suo avversario, e mulinò la spada da destra a sinistra, tenendola con entrambe le mani. La testa del Templare venne spiccata di netto dal collo e saltò via. La donna non ebbe il tempo di rimettersi sulla difensiva, perché qualcun altro la colpì con un calcio al ventre e quasi senza rendersene conto crollò a terra. Le costole fratturate si scomposero di nuovo, lacerandole i tessuti interni. Nonostante fosse senza fiato per il dolore si rialzò subito, bloccò un nuovo attacco e si gettò su un lato per sottrarsi a quell'aggressione, ma così facendo finì quasi addosso ad un Templare e solo per un soffio riuscì ad alzare la lama in tempo per parare la sua. In non più di una frazione di secondo, però, lui si preparò a colpirla di nuovo e lo stesso fu sul punto di fare anche un altro soldato accanto a lui. Non sarebbe mai riuscita a difendersi da entrambi contemporaneamente. Si preparò al peggio.

Invece, non accadde nulla.

Nessuno tentò di colpirla. Per qualche secondo la calca che si era formata attorno a lei parve rallentare fino a immobilizzarsi, come se qualcuno avesse bloccato lo scorrere del tempo. Lei stessa avvertì un fremito innaturale percorrere l'aria, una vibrazione profonda che fluiva attorno a lei, come il sospiro prima di un salto; ma non la toccava, la sfiorava soltanto, come una lievissima carezza. Poi all'improvviso ci fu un fragore assordante e tutti coloro che la circondavano vennero letteralmente sbalzati via e volarono a terra accatastandosi gli uni sugli altri. Per Maria fu come trovarsi nell'occhio di un ciclone, ma senza che si fosse alzato nemmeno il più lieve filo di vento. In compenso si era fatta una gran luce, una luce dorata e accecante che aveva invaso il cortile del castello e che oscurava perfino il sole. Esterrefatta e incredula, Maria si volse verso Altaïr.

Lui era immobile al centro della corte, la mano destra che ancora impugnava la spada; ma l'estremità della lama era rivolta a terra, fuori guardia. Il braccio sinistro era alzato al cielo e la mano stringeva la fonte di quella prodigiosa luce dorata, una stella del firmamento. A Maria bastò uno sguardo per riconoscerla per ciò che realmente era: il Frutto Divino, la Mela dell'Eden.

Molti di quelli già sopraffatti dal potere della Mela, Templari o comuni cittadini che fossero, si gettarono subito in ginocchio di fronte ad Altaïr implorandolo disperatamente di non far loro del male. I Templari che non erano stati coinvolti in modo diretto dalla prima ondata di quell'energia formidabile corsero verso di lui tentando di colpirlo con le spade, ma non riuscirono nemmeno ad avvicinarsi prima di venire sollevati in aria e scaraventati contro le mura con violenza sufficiente a sfracellarli e a disintegrarne le ossa. Altri si artigliarono le tempie, contorcendosi e strillando come pazzi furiosi: «Laisse-moi! Laisse-moi aller!»; subito dopo la testa parve loro esplodere dall'interno e i bulbi oculari schizzarono letteralmente fuori dalle orbite.

Tutto questo non durò più che una manciata di secondi. Poi il tempo, che aveva subito una brusca frenata, sembrò riprendere a scorrere; la luce si diradò fino a ridursi ad un alone intorno all'Assassino e lui piombò sulle ginocchia, ansimante, abbassando la mano.

«Il Frutto dell'Eden!» gridò Barnabas, e saltò giù dal ballatoio, tentando di aggredire Altaïr nel momento in cui appariva più vulnerabile.

«No!», urlò Maria, e corse verso di loro con la spada stretta in entrambe le mani. Arrivò appena in tempo per parare il fendente con cui Barnabas aveva inteso staccare la testa all'Assassino. Con un colpo di reni respinse il suo attacco e si frappose tra loro.

«Prova a sfiorarlo», lo sfidò Maria, regalandogli uno sguardo carico di tutto il disprezzo che nutriva per lui. «Ti uccido.»

«Cominci a starmi seriamente sul cazzo, troietta», sibilò Barnabas e fece per colpirla. Ma nel medesimo istante la luce della Mela risplendette di nuovo intorno a loro, sebbene molto meno potente di prima. Maria non ne fu minimamente toccata, ma l'uomo di fronte a lei venne scagliato a terra a diversi metri di distanza. Maria lo raggiunse con poche falcate e gli puntò la lama alla gola.

«Chiamami ancora troia, bastardo figlio di puttana!», gridò, fuori di sé dall'ira. «Chiamami ancora troia!»

Lui arretrò e con lo scatto di una serpe si gettò verso la spada di uno dei cadaveri rimasti a terra, ma si stava ancora voltando per difendersi quando la lama di Maria gli troncò di netto il capo dal collo. La testa cadde a terra, rotolò su se stessa e infine si fermò; gli occhi aperti e spenti del traditore di Kyrenia rimasero immobili a fissare il cielo azzurro di Cipro. Maria riprese fiato, godendosi per un momento il trionfo sull'uomo che era stato all'origine del suo incubo al Castello del Leone.

Subito dopo tornò sui suoi passi e si inginocchiò di fronte ad Altaïr. La Mela gli era scivolata dalla mano ed era rotolata via. Il suo viso era di un pallore livido e gli occhi bianchi e vuoti pulsavano ancora della luce soprannaturale della Mela dell'Eden. Terrorizzata, Maria intuì che aveva utilizzato di nuovo il potere del Frutto mentre si trovava in condizioni critiche per averne abusato poco prima. E l'aveva fatto per proteggere lei.

Con le lacrime agli occhi gli prese il volto tra le mani e lo costrinse ad alzarlo. «Altaïr», lo chiamò. «Altaïr. Amore. Guardami». Non ottenne alcuna reazione e sentì il panico invaderla. «Altaïr, torna da me. Altaïr…», tentò ancora, la voce ridotta ad un bisbiglio. Infine chiuse gli occhi e lo baciò sulle labbra dischiuse. All'inizio fu come baciare un cadavere. Poi finalmente Maria lo sentì reagire, rispondere al suo bacio e circondarla con le braccia. Quando la donna si staccò da lui ritrovò con immenso sollievo lo sguardo brillante e penetrante degli occhi del suo uomo e vide che anche il colorito mano a mano tornava ad accendergli le guance.

«Mi dispiace», mormorò lui accarezzandole una guancia. «Ti sei spaventata?»

Lei gli diede una spinta. «Non farlo mai più», esclamò, irritata per l'ansia che le aveva fatto patire, e si strofinò gli occhi con la manica per eliminare sul nascere le lacrime che avevano rischiato di caderle dalle palpebre.

Si alzò in piedi, si avvicinò alla Mela e la raccolse, osservandola e soppesandola. Ormai si era spenta del tutto, perdendo la luce abbacinante che aveva sprigionato pochi minuti prima: non sembrava altro che una sfera di metallo inerte, percorsa da cerchi e tagli dal significato oscuro, non più grande di una vera e propria mela. Finalmente aveva tra le mani ciò che il suo Ordine aveva cercato in modo tanto ossessivo, per cui molti uomini erano stati uccisi, per cui Robert era morto. Ora che aveva veduto il suo potere con i propri occhi, capiva bene perché così tanti fossero disposti a rischiare la vita per ottenerla. Senza dubbio, se l'avesse portata in Terra Santa dai suoi vecchi alleati Templari sarebbe stata reintegrata nel suo antico rango: anzi, forse sarebbe stata fatta cavaliere come aveva sempre desiderato.

Maria si voltò verso Altaïr, che nel frattempo si era rimesso in piedi. Le bastò incrociare il suo sguardo per sapere che anche lui era pienamente consapevole dei pensieri che le stavano affollando la mente. Nonostante questo l'Assassino rimase immobile, senza nemmeno tentare di riavere indietro la Mela e aspettando in silenzio la decisione di Maria.

La donna allora si riaccostò a lui e gli rimise il manufatto tra le mani. Provava una punta di amarezza per tutte le grandiose possibilità che decideva di precludersi con quel semplice gesto, ma se la scelta che doveva compiere era tra il cavalierato e l'amore di Altaïr, si trattava in fondo di un sacrificio accettabile. «L'hai portata con te per tutto questo tempo», disse scuotendo la testa con aria di disapprovazione. «Sei davvero un incosciente.»

«Sapevo che avrei potuto averne bisogno. Ero sul punto di usarla a Kyrenia, quando abbiamo rischiato di essere linciati», disse lui, rimettendola nella tasca di cuoio del cinturone da cui l'aveva estratta. «Ma tu hai ragione. Dovrei distruggerla. Avrei dovuto distruggerla non appena è entrata in mio possesso.»

«Vedo bene perché non l'hai fatto. Chiunque la impugni ha nelle sue mani il potere di una divinità».

«Probabilmente non sei troppo distante dal vero», commentò enigmaticamente l'Assassino.

«E non trovate un insulto a Dio che sia proprio un pagano eretico a possedere quell'oggetto sacro?», intervenne una voce familiare alle loro spalle.

Entrambi si voltarono verso l'entrata del mastio: Bouchart li fronteggiava con un sorriso sarcastico sulle labbra e i piccoli occhi che brillavano di avidità. «Cercavi me, non è vero, Assassino?», aggiunse con aria di sfida. «Ebbene, eccomi qui. Ti ho aspettato molto. Dovresti essermene grato.»

«Cerco l'Archivio dei Templari a Cipro», disse Altaïr, senza scomporsi.

«E così la nostra traditrice ti ha raccontato ogni cosa», replicò lui, passando a fissare Maria e poi di nuovo Altaïr. «Grida anche come la puttana che è quando glielo metti dentro?»

Maria ringhiò inferocita e corse verso di lui brandendo la spada, incurante del tentativo di Altaïr di trattenerla. Arrivata di fronte a Bouchart cercò di centrarlo con un colpo laterale, ma lui retrocedette senza combattere e limitandosi ad evitare la sua stoccata. Subito dopo il Gran Maestro dei Templari estrasse la spada, ma invece di contrattaccare la usò per tranciare la corda che tratteneva la pesante saracinesca dell'ingresso. La grata di ferro si abbassò d'un colpo, impedendo ad Altaïr, che giungeva in quel momento, di entrare a sua volta.

«Se vuoi l'Archivio, Assassino, vieni a prendermi», disse Bouchart. «Nel frattempo, mi occuperò della tua piccola puttana.»

«Allora affrontami seriamente, bastardo!», gridò Maria, in posizione di guardia. Ma senza aggiungere altro se non una beffarda risata, Bouchart prese le scale che conducevano ai sotterranei e scomparve dalla loro vista.

Altaïr tentò inutilmente di sollevare la grata e poi la colpì col palmo della mano, in un impeto dettato dalla frustrazione. «Troverò un'altra strada», disse. «Bouchart vuole attirarti in trappola. Non affrontarlo da sola.»

«So badare a me stessa, Assassino», sbottò Maria, ancora infuriata per le parole del Gran Maestro dei Templari. Poi si pentì e addolcì il tono: «Non preoccuparti. Cerca un'altra strada. Ritroviamoci all'Archivio.»

Altaïr annuì. «Fai attenzione, Maryam», le raccomandò, e scomparve a sua volta.

Maria scese rapidamente le scale e si ritrovò in un lungo e vasto corridoio invaso da un'oscurità così fitta che, una volta oltrepassato il confine dell'ultimo alone di luce proveniente dal piano superiore, dovette procedere alla cieca. Teneva la spada sollevata davanti a sé sia per essere pronta a difendersi, sia per captare eventuali ostacoli sul suo cammino. L'aria era quasi irrespirabile a causa della pesante umidità sotterranea e in pochi secondi la donna iniziò a sudare copiosamente. Sapeva che Bouchart l'aveva attirata lì proprio per sfruttare il buio a suo vantaggio, ma non aveva idea di quando sarebbe stata attaccata, né da che lato.

Ad un tratto udì un fruscio dietro di sé e si girò appena in tempo per bloccare la lama del Gran Maestro, con uno scatto ed una precisione dettati più dall'istinto e dall'esperienza che dai sensi, inficiati dall'impossibilità di usare la vista. Non poté prevedere però il calcio che le giunse al fianco, centrandole la parte inferiore del costato e mandandola a sbattere contro il muro. Nonostante il dolore e il colpo appena subiti, Maria lottò per rimettersi in piedi e cercò a tentoni la spada che le era scivolata di mano. Proprio quando riuscì a toccare l'estremità dell'elsa, Bouchart la colpì con un altro calcio alla cieca, che la prese al ventre. Maria rimase senza fiato, sopraffatta da fitte lancinanti. Il Templare allora si chinò su di lei dicendo: «Dove sei? Dove sei, piccola troia traditrice?»

A tentoni trovò il suo braccio destro, l'afferrò e la trascinò per il corridoio. Maria urlò per la collera e il dolore, estrasse il pugnale di Altaïr dal fodero con la sinistra e colpì la mano del Templare aprendovi un profondo taglio. Lui bestemmiò, lasciando andare la presa. Maria ne approfittò per gettarsi sulla propria spada, recuperarla e correre verso l'uscita del corridoio, verso l'unica tenue luce che riuscisse a individuare. Bouchart la inseguiva ricoprendola di tutti gli irripetibili insulti che ci si sarebbe aspettati da uno scaricatore di porto, non certo dal Gran Maestro dei cavalieri Templari.

Finalmente Maria raggiunse l'uscita. Si trovava ora in una enorme stanza circolare dalle pareti di pietra in opera quadrata come il corridoio che aveva appena lasciato. Nella parte superiore essa era chiusa da una cupola che si innalzava fino a una trentina di metri di altezza da terra, rendendo la sala solo parzialmente interrata. Alle pareti erano appoggiate decine di altissime librerie. Erano pressoché vuote, se non per alcuni volumi e rotoli ancora accatastati sugli scaffali. A metà altezza della parete, per mezzo di una serie di poderosi contrafforti era ancorata una terrazza che correva sull'intero perimetro e che permetteva di raggiungere le librerie poste su questo piano; l'altezza di queste librerie sfiorava la base della cupola, dove i costoloni che la percorrevano come nervature regolari si univano ai pilastri di sostegno e vi scaricavano il suo formidabile peso. Al centro della stanza si ergeva una piattaforma circolare leggermente rialzata a cui si accedeva tramite una scala di pochi gradini. La piattaforma era circondata da altre librerie dai profondi scaffali, disposte in cerchio, quasi a isolarla dal resto dell'Archivio. La presenza di alcuni scrigni di legno e di metallo aperti e vuoti inducevano a pensare che non vi fossero stati raccolti dei libri, ma degli oggetti. La luce che Maria aveva intravisto fin nell'oscurità totale del corridoio era data da grandi finestre poste alla base della cupola, una ogni due vele. Non c'erano uscite oltre a quella da cui era venuta.

Finalmente in grado di vedere il proprio avversario, Maria si fermò e si voltò verso di lui, che nel frattempo stava emergendo dal corridoio.

«Fine della corsa, puttana dell'infedele», disse Bouchart con un sorriso rapace sul volto.

Per nulla impressionata, Maria sputò a terra con disprezzo. «è la tua corsa ad essere finita, Armand Bouchart, Gran Maestro dei Templari», rispose, alzando la spada e mettendosi in posizione di guardia. «Per sempre.»

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Sorry, Italian only! For me it's too hard and too long to translate this fanfic in English! :(
If you want to try and read it anyway, you can use google translator: [link]
If someone is interested in translating it, I will be super happy to help him! :):heart:

Capitolo VII
Capitolo IX

Ehm ehm ehm... per prima cosa... l'ho riletta una sola volta, stasera, con gli occhietti mezzi chiusi e il cane dei vicini che ha deciso che abbaiare alla luna per tipo due ore di seguito è divertente. Per cui, possono tranquillamente esserci gli strafalcioni del secolo. Domani ricontrollo. XD
Spero comunque che apprezziate anche questo capitolo ^__^ ora ne manca uno solo, più l'epilogo, più le note... anf...

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August 5, 2011
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*Firerwolf Sep 24, 2011  Hobbyist Writer
question, when you use italics, what language is that?
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~Jael-Kolken Sep 25, 2011  Professional Digital Artist
it's Arabic! :)
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:iconfirerwolf:
*Firerwolf Sep 25, 2011  Hobbyist Writer
Thank you. I hope google translator can translate that.
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:iconnocturnadraco:
~NocturnaDraco Aug 16, 2011  Student Digital Artist
Ma una traduzioncina delle frasi in arabo? :iconsadfaceplz:

Si sta avvicinando la battaglia cruciale!! :iconimhappylaplz:
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Aug 16, 2011  Professional Digital Artist
LOL ok X°D comunque ci sarà un inteeeeero capitolo solo di note X°D e anche le traduzioni...
Hayete = mia vita
Anta allathi yaj'aluni atanafas = sei la ragione per cui io respiro
Masaa el kheer, sayedi = Buonasera (sayedi è un modo rispettoso di chiamare una persona. Diciamo che vista l'epoca potremmo tradurlo con messere...)
Moss eyri, khaneeth = Succhiami il cazzo, frocio (molto fine XDDDDDDD)
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:iconnocturnadraco:
~NocturnaDraco Aug 16, 2011  Student Digital Artist
*w* Awww sapevo che valeva la pena chiedere la traduziane della frase di Altaìr. Certo però non riesco davvero a immaginarlo pronunciare una frase simile, e questo mmi fa sognare ancora di più XDDD

*Legge l'ultima traduzione* :rofl: E se l'è cavata solo col naso rotto?? Può dichiararsi miracolato dal suo Dio XDDD

Un INTERO capitolo?! :o Oddio, mi vedo già morire poi alla ricerca di dove avevo letto quella tal frase durante tutta la fanfic...
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Aug 16, 2011  Professional Digital Artist
LOL
Lo so, scusami ù_ù; è una mia paranoia da scrittrice... le note a piè di pagina mi interrompono il flusso narrativo è_é!!

Riguardo ad Altair, può benissimo essere che mi sbagli, ma spesso le persone generalmente molto fredde e distanti quando si innamorano diventano molto dolci (solo nei riguardi dell'amato). Lo dico perché sono una di queste. :P Poi c'è anche da dire che gli Arabi in linea generale sono molto romantici, almeno a parole. A parte il più comune "amore" (che viene utilizzato anche dai genitori verso i figli), usano correntemente anche "mia vita" (appunto), "mia luna", "mio sogno", "mio dolce cuore"... melassa che cola a fiumi!! XDDDDD
Sì, al tizio è andata veramente di lusso, soltanto il naso rotto! XD Solo perché serviva ad Altair per il viaggio verso Limassol... XD
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:iconnocturnadraco:
~NocturnaDraco Aug 16, 2011  Student Digital Artist
Uhhm.. Interessante.

Su questo piano allora non mi pronuncio, anche perchè mi ritengo davvero ignorante in materia di amori et simila...
Sul fatto che siano romantici è vero, ora che mi ci fai pensare: ho un libro di poesie arabe e parlan quasi tutte d'amore, se non sono canzoni per lodare sceicchi e marajà XD

Ciò comunque non toglie che mi piaccia molto la tua visione personale di Altaìr: è molto espressiva e sfaccettata.
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:iconjael-kolken:
~Jael-Kolken Aug 16, 2011  Professional Digital Artist
Grazie mille! :hug: Mi sono anche basata sull'Altair che scrisse il Codice, che è ben diverso da com'era nel videogame. Tra l'altro Jade ha affermato che in buona parte è stata proprio Maria a renderlo un uomo diverso rispetto a prima. :) :heart:
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:iconnocturnadraco:
~NocturnaDraco Aug 17, 2011  Student Digital Artist
Più che altro... Mi sorge il dubbio sulla figura di Adha. Non è che sia molto chiarta la sua storia, e come abbia influito su Altaìr. Da quanto si capisce i due hanno avuto un'intesa, e la sua perdita l'avrà sconvolto, ma in che misura? Potrebbe esser il motivo per cui agli inizi del game appariva così ruvido e freddo?
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